Psicodramma a Milano: il sindaco Giuliano Pisapia caccia dalla giunta l’assessore alla cultura Stefano Boeri, e una parte della città, quella attiva e partecipe che ha gioito per la vittoria “arancione”, si chiede attonita che cosa sia successo. Non riesce a capire. E non vuole dividersi, non riesce a schierarsi con l’uno o con l’altro dei duellanti. Resta basita e domanda: ma era proprio impossibile che i due continuassero a costruire insieme il rinnovamento necessario a Milano? Quell’abbraccio sul palco di piazza Duomo, sotto l’arcobaleno della vittoria elettorale, era solo una recita?

L’unica cosa certa di questa strana contesa è che non si capiscono quali siano i contenuti dello scontro, su quali temi politici si siano divisi i due. Risulta allora difficile schierarsi, impossibile parteggiare per l’uno o per l’altro. Ma ormai la rottura si è consumata e non resta dunque altro da fare che analizzare, se non le ragioni politiche, introvabili, almeno le conseguenze politiche dello strappo.

 Sul fronte Pisapia appare chiaro che il sindaco aveva messo in conto il disorientamento di una parte della città e di una bella fetta dei suoi sostenitori. Ma ha preferito tagliare il nodo una volta per tutte e risolvere per sempre quello che riteneva un problema. Ha approfittato di un momento di passaggio – il rimpasto di giunta – per liberarsi del “peso” Boeri proprio mentre metteva insieme la squadra che dovrà arrivare con lui a fine mandato. Fuori l’assessore alla cultura, eterna spina nel fianco, e dentro i nuovi acquisti: Filippo Del Corno a sostituire Boeri, l’ottima Francesca Balzani al posto del neoparlamentare Bruno Tabacci a risolvere il rebus del bilancio, la scalpitante Carmela Rozza finalmente accontentata a gestire (ma senza un soldo) i lavori pubblici, con i cantieri da chiudere e le manutenzioni da fare.

Voleva una squadra compatta? Pisapia ora ce l’ha. Sa che i prossimi mesi si giocherà il tutto per tutto. Non nei confronti del centrodestra, che a Milano non si è ancora ripreso dal ko elettorale del 2010, ma dei cittadini, che vorranno pur vedere, prima o poi, se questa “rivoluzione arancione” produce anche qualche frutto concreto, visibile, reale. La luna di miele con la città è finita da tempo, ora Pisapia dovrà dimostrare che cosa è capace di fare.

Sul fronte Boeri appare altrettanto chiaro che il Pd milanese non ha saputo cogliere l’occasione di rinnovarsi e di accogliere dentro di sé le istanze della città. L’innesto di Boeri, mai stato uomo d’apparato, come il contributo di Umberto Ambrosoli, hanno portato al partito risultati mai ottenuti prima. La flebile e invisibile (ma supponente) gerarchia post-penatiana – da Roberto Cornelli a Maurizio Martina – s’illude che quei risultati siano merito del partito. Non hanno mai accolto davvero Boeri, “papa straniero” (o almeno vescovo) che poteva scardinare gerarchie e carriere. Adesso lo hanno scaricato. Gli hanno preferito la coriacea Carmela Rozza. Vedremo che fine faranno fare ad Ambrosoli. E che fine faranno fare a loro gli elettori.

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Il Fatto Quotidiano, 21 Marzo 2013