I Godflesh, da Birmingham, esordiscono nel 1988 con l’album omonimo. Un suono duro, rallentato, monolitico, a tratti mistico e sempre senza compromessi, figlio in primis del post-punk cupo ed ossessivo degli Swans, dei Killing Joke, dei Discharge ed influenzato naturalmente anche dal grindcore dei Napalm Death perché Justin Broadrick proveniva proprio da quell’accolita infernale in cui aveva fatto ingresso anche il futuro Scorn Mick Harris a metà Ottanta. Nel 1987 uscirà su Earache Scum, il primo temibilissimo LP di quella band che incrociava la veloce furia dell’hardcore punk con il death metal. Anche i Godflesh diventeranno di lì a poco bandiere dell’originale etichetta di Nottingham, già dal successivo, splendido, Streetcleaner nel 1989 e per tutto il decennio successivo ma il loro stile era molto differente da quello dei Napalm Death e sembrava flirtare maggiormente con l’altra sponda dell’Atlantico: degli Swans abbiamo detto ma i Godflesh paiono col senno di poi precursori anche di tutto l’esordiente noise newyorkese, ai confini con il metal evoluto, dagli Helmet agli Unsane ai Cop Shoot Cop ai Biohazard.

Ad ogni buon conto, se c’è una band che associo spesso affettuosamente ai Godflesh, anche perché la prima volta a metà Novanta li vidi dal vivo proprio insieme a loro, per quanto musicalmente differenti quella band sono i Ministry di Alien Jourgensen, autori in quello scorcio di fine Ottanta di due perle come The Land of Rape and Honey e The Mind Is a Terrible Thing to Taste. Per completare il quadretto aggiungiamo che nell’89 apre le danze pure Trent Reznor aka Nine Inch Nails con il suo Pretty Hate Machine ed il panorama a cavallo tra noise, metal ed industrial si delinea in modo piuttosto netto, mettendo in luce uno scenario che se paragonato alla frequente vacua inconsistenza dell’oggi pare disseppellire le asce di guerra di antenati sacri e venerabili scolpiti nella roccia granitica. Riascoltando questi album ed i successivi Godflesh come Pure (1991), Selfless (1994), Songs of Love and Hate (1996) si resta tuttora incantati e storditi dalla forza cristallina che emanano questi solchi. Il duo composto da Justin Broadrick e G. C. Green sarà di scena venerdì 22 marzo sul palco del Locomotiv. In apertura Nero di Marte e Bologna Violenta.

La sera successiva, sabato 23 marzo, sempre al Locomotiv, si cambia radicalmente sonorità, atmosfera e background ma il livello degli interpreti resta a tutti gli effetti di indiscutibile levatura. Non per nulla Mala arriva con l’Academy per fuoriclasse della Red Bull, visto che è uno dei luminari della Bass Culture della South London del nuovo millennio, quel crogiolo in cui il dubstep è nato e di cui lui ha contribuito a definirne sin dall’inizio lo stile classico. Innanzitutto insieme a Coki, il socio di sempre, compagno di scorribande nei Digital Mystikz: con la loro storica label, la DMZ, fondata insieme all’amico Loefah, oggi attivo su nuovi eccitanti versanti con la sua Swamp81, ci invitano ormai da un decennio a meditare sul peso dei bassi e cioè a ponderare, soppesare misticamente i poderosi bassi dei loro dubplates.

Mark Lawrence aka Mala ha dato vita altresì ad una delle etichette di assoluto riferimento dell’attuale scena bass inglese, la Deep Medi: circostanza questa che non ha fatto che confermarlo come uno dei padrini ed una delle figure di assoluto riferimento per tutto l’ambiente. Dopo un paio d’album dei Digital Mystikz ed una lunga teoria di singoli pubblicati per tutte le etichette che contano, dalla Tectonic alla Soul Jazz alla Honest Jon’s, si è recentemente lanciato, grazie al progetto Havana Cultura, nell’esplorazione di nuove vie latine ed afrocaraibiche alla sua musica: a Cuba ha collaborato e sperimentato nuove soluzioni sonore con artisti locali ed il risultato è stato tradotto nell’affascinante ibridazione dispiegata nell’album Mala In Cuba, uscito per la Brownswood dell’amico Gilles Petterson. Un progetto dalle molte e raffinate sfumature che sarà protagonista della serata al Locomotiv, nel corso della quale salirà sul palco anche Macro Marco. A Subdual e Kappasaur di Bologna Underground Movement sono invece affidati warm up e chiusura.