S’è leccato a lungo le ferite di uno scempio ambientale più volte denunciato e mai frenato. Ora Porto Miggiano, in provincia di Lecce, si prende una rivincita. Arrivano i sigilli su uno dei luoghi più suggestivi della costa del Salento, a Santa Cesarea Terme, sul simbolo per eccellenza dello scontro tra due modelli di crescita del territorio, quello che sulle due sponde opposte colloca lottizzazioni massicce e cura del paesaggio. Il sequestro penale d’urgenza è stato disposto dalla Procura dopo quelli che, almeno sulla carta, sarebbero dovuti essere solo dei lavori di consolidamento del costone roccioso, indebolito da mareggiate ed erosione galoppante.

I tre milioni di euro di fondi Cipe impiegati, però, sarebbero serviti a preparare il terreno per ben altro. Per altre opere. La portata dell’intervento è tale da lasciarlo ipotizzare. E’ questo il risultato a cui sono giunti i due consulenti tecnici nominati dalla magistratura, Dino Borri e Giuseppe Roberto Tommasicchio, rispettivamente ordinario del Dipartimento di architettura e urbanistica del Politecnico di Bari e titolare della cattedra di idraulica presso la facoltà di ingegneria civile dell’Università del Salento. “Le opere marittime già realizzate – hanno scritto – non sono classificabili come semplici opere di difesa della falesia dall’azione del moto ondoso, in quanto hanno anche l’evidente fine di creare una piattaforma ampia per lo stazionamento di persone e cose nell’ambito di attività balneari”.

Era questo il sospetto che ha mosso, negli ultimi due anni, le proteste degli ambientalisti, riuniti sotto il cartello del “Comitato a difesa di Porto Miggiano”. Nella tarda mattinata di oggi, su quella baia, l’eco dei sit in, dei flash mob, dei megafoni era ancora nell’aria, mentre gli uomini del Corpo Forestale dello Stato di Lecce picchettavano i cartelli del sequestro e delimitavano l’intera zona.

Il reato ipotizzato dai sostituti procuratori Elsa Valeria Mignone e Antonio Negro è di lottizzazione abusiva su zona sottoposta a vincolo paesistico e ambientale e di deturpamento di bellezze naturali. Nel registro degli indagati sono stati iscritti Salvatore Bleve, dirigente responsabile dei lavori pubblici del Comune di Santa Cesarea, Daniele Serio, direttore dei lavori incaricato dalla società di progettazione Politecnica scarl, oltre che Maria Grazia Doriana, amministratore unico della C.E.M. spa, ditta esecutrice di Vico Equenze, nel napoletano.

Durissimo il decreto che dispone i sigilli, resosi necessari per evitare la prosecuzione di ulteriori lavori che possano “pregiudicare irreversibilmente lo svolgimento degli accertamenti tecnici in corso”. E’ in quel provvedimento che si dà una prima risposta alla domanda rimasta inevasa per anni: quanto sullo sfaldamento della roccia ha inciso la realizzazione, a monte, proprio a picco sul mare, di resort e piscine, lounge bar e ristoranti? Per la Procura, sulla scorta dei rilievi tecnici, “sin da ora” si può affermare che “gli accentuati fenomeni di dissesto in atto siano dovuti alle rilevanti ed estese trasformazioni urbanistiche effettuate a carico del terrazzo costiero, laddove questo strapiomba sul mare con alte e friabili falesie”. Di più. “L’intervento si inserisce in una serie di interventi che comportano una ‘artificializzazione’ del terrazzo costiero, capace di modificare sensibilmente il regime idrogeologico di superficie e di profondità”. E’ così che, alla fine, i cantieri hanno barattato un sito di importanza, delicato e di bellezza mozzafiato, con un luogo di plastica. Innaturale.