Un’inchiesta del Fattoquotidiano.it ha rivelato che dall’introduzione della nuova legge sul lavoro voluta da Elsa Fornero solo il 5% dei precari è stato stabilizzato. Vi abbiamo chiesto di raccontarci le vostre storie legate all’entrata in vigore della riforma: assunzioni, licenziamenti, cambi di contratto, contenziosi sull’articolo 18. Potere continuare a farlo, inviando un’e-mail di massimo 1.500 battute all’indirizzo redazioneweb@ilfattoquotiodiano.it specificando nell’oggetto: “Legge Fornero”. 

Ecco il contributo di Chiara Di Domenico, lavoratrice dell’editoria e membro della Rete dei Redattori Precari.

Cari giornalisti del Fatto, Vi scrivo come membro della Rete Redattori Precari, una realtà che da 5 anni ormai cerca di fare luce sulle oscure condizioni del lavoro editoriale. Abbiamo la colpa di avere dei sogni. Dico colpa perché proprio a causa di questi sogni oggi non abbiamo una vita normale. Non molti sanno cosa si nasconde dietro un libro. L’opera quotidiana di redattori, editor, traduttori, grafici, uffici stampa che non hanno un contratto nazionale che li tuteli. Che fino ad oggi, in molti casi, sono stati obbligati a rispettare un orario e un luogo di lavoro pur sottoscrivendo contratti a progetto che, non prevedendo gli obblighi del lavoro subordinato, escludono anche tutte le garanzie normalmente date ai lavoratori: straordinari, liquidazione, disoccupazione, malattia, maternità, giusti contributi per un’equa pensione.

Con la legge Fornero, poi, la situazione è precipitata. Solo in Mondadori i precari appesi a un filo sono 300 (e non 50 come era stato detto in periodo elettorale). Conosciamo meglio la situazione lavorativa di Milano, molto meno, purtroppo, quella dell’altra capitale editoriale nazionale, Roma. Qui i sogni hanno fatto ancora più vittime. Qui la presenza di piccole realtà crea frammentazione e un individualismo pernicioso da parte degli stessi colleghi. Qui l’elusione della legge, forte dei suoi lavoratori spesso invisibili, altalena tra il lavoro nero cammuffato da stagismo fino a contratti a tempo indeterminato paradossalmente interrotti proprio durante le maternità, per non parlare della miriade di partite iva a monocommittenza e degli innumerevoli CoCoPro.

Non a caso, mentre a Milano la Rete può contare su un buon numero di aderenti, a Roma al momento siamo in due, e molti colleghi hanno paura persino di venire alle riunioni o rilasciare una dichiarazione che permetta un censimento del grado di precarietà nelle case editrici cosiddette indipendenti. Io stessa ho dovuto cambiare molti editori perché le condizioni contrattuali venivano puntualmente disattese. Oggi, dopo anni di lotta, finalmente ho trovato dei datori di lavoro che rispettano il contratto a progetto, lasciandomi libera di gestire il mio tempo e svolgere anche altre attività, compresa quella politica per la lotta al precariato editoriale, appunto. Dopo l’intervento del 7 febbraio, torno di nuovo a chiedere ai miei colleghi di denunciare lo sfruttamento a cui ogni giorno vengono sottoposti, l’umiliazione di essere adulti pur non avendone le condizioni elementari: una casa vera, uno stipendio vero, il tempo libero sufficiente per essere umani e non subumani votati al lavoro come ragione di vita.

Torno a chiedere di non accettare più 3 euro a cartella per una traduzione quando i canoni nazionali ne chiedono 12, torno a chiedere alle mie colleghe addette stampa di non sottostare a turni massacranti di lavoro, ad usare i loro contatti non solo per promuovere i libri, ma anche per raccontare la fatica, la passione e i sacrifici che si nascondono in mezzo a ogni riga. Torno a dirvi, cari colleghi, che non sarete sempre giovani. Che i vostri genitori inevitabilmente vi lasceranno, che se non vi tutelate ora poi sarà troppo tardi per riuscire autonomamente e dignitosamente a pagarsi una casa e una vita come vi meritate. Non lasciamo che la cultura sia un lavoro da ricchi. Colgo questa occasione per invitarvi a leggere la lettera scritta dalla Rete alla Signora Fornero, e a raccontare quello che succede nelle case editrici, in modo tale che si possa censire una categoria, la nostra, ormai numerosa e bisognosa di regole. Oltre alla Rete, anche l’Associazione 20 Maggio capitanata da Davide Imola sta portando avanti un alacre lavoro perché ci siano regole giuste e la nostra vita sia davvero civile. Avete imparato la bellezza, la conoscenza, la civiltà. Non fatene carta morta. Smettete di essere soli e deboli. Colleghi, fate rete.

Chiara Di Domenico