Angoli Acuti

Racconti di Monica Dini

Istantanea

A mia nonna piaceva il lago. Gli orecchini pendenti e molte altre cose. La porto io in barca questa volta. È in quel barattolo.

Il lago è immobile, anche le canne. Un cormorano asciuga le ali al sole. Il barchino liscia l’acqua senza scuotere. Chi rema è un uomo speciale. L’altra metà di mia nonna. No, non è mio nonno. Andiamo a prendere Flipper un amico di famiglia che sta nella casetta di legno dall’altra parte del lago. Insieme poi butteremo le ceneri della nonna nell’acqua. Una specie di cerimonia. A casa ho preso un taccuino e una penna, sentivo che mi sarebbe venuta voglia di scrivere. No, non lo faccio d’abitudine. A parte il biglietto per la spesa di solito non scrivo affatto. Ma mi sembrava che alla fine avrei avuto voglia di scrivere qualcosa. Ho preso anche la macchina fotografica. Chissà perché non si mettono le foto dei funerali nell’album di famiglia. Pensandoci sembrerebbe logico. Una specie di THE END prima di archiviare.

L’uomo che mi accompagna è silenzioso, si piega, infila i remi nell’acqua, si raddrizza. Mi sta seduto davanti e guarda altrove. E’ il motore della barca. Il dolore l’ha zittito. Apro il taccuino e scrivo: il cielo è azzurro ritaglia le canne e anche le ali degli uccelli. Provo a fare il disegno, non mi viene bene, allora faccio una foto come se fosse una gita vera. Peccato per il cormorano non si vede più.

– Intanto che remi ti racconto del vestito … – dico.

Mi guarda.

Forse non lo interessa questo fatto, ma è che qualcosa mi sembra di dover dire.

– La scorsa settimana, era mercoledì, infatti non lavoravo, la nonna mi telefona e mi chiede se posso aiutarla a fare una faccenda. Logico! Ho risposto senza sapere cosa voleva. Ho fatto la spesa e sono passata da casa sua. Le ho portato anche un pacchetto di caffè, sai che lei me lo faceva sempre. Comunque quando arrivo era pronta per uscire. Dico: dove si va? E lei risponde che deve comprare un vestito se la posso accompagnare. Metto il latte e la carne nel suo frigo … Lo so che non hai granché voglia di parlare.

Non mi guarda. Rema.

Le canne qui sono una foresta, ci si potrebbe perdere da queste parti. Ma il barchino è guidato tra canali conosciuti. Per tanti anni quest’uomo e mia nonna li hanno percorsi.

– Va be’, parlo io, se non hai voglia di sentire mi fai un gesto. Siamo d’accordo. Allora, dove ero rimasta? A sì, metto la roba nel frigo e andiamo. Aveva un modo di fare strano, non come al solito. Al negozio non sapeva decidersi, quello troppo stretto, quell’altro troppo serio, alla fine le ho chiesto a cosa le serviva il vestito che cercava. Mi ha risposto che era meglio una gonna forse, che una gonna sarebbe stata più pratica da indossare. Cercava il vestito da morta. Oggi sembra normale viste le circostanze. Ha giocato in anticipo. Ha pensato a tutto, una gonna con le balze rosse, tipo danzatrice di flamenco, la camicia, una sottoveste di pizzo, le calze a rete, ogni cosa. A un certo punto soddisfatta mi ha detto, guarda questo è il golfino, vedi tu a seconda del tempo che sarà. Un golfino coi lustrini … era un tipo speciale … non serve che te lo dica. Gliel’ho messo il golfino. Logico che non serviva. Una donna organizzata. Certo adesso è ridicolo pensare che se lo sentisse. Avrebbe compiuto ottanta anni è vero. Aveva già detto che non voleva la festa ti ricordi? Ma aveva le analisi perfette. Lo so che è difficile guardare avanti alla tua età. Ma lei si è addormentata. Sì, è retorica, ma cosa ti devo dire? Non ha sofferto ti dico … come dicono tutti.

Mi guarda poi si gira all’indietro per centrare il corridoio tra le canne. Siamo quasi arrivati. Flipper è un amico, è cresciuto con mia nonna, ha un anno di meno. Si chiama Mario ma nessuno se ne ricorda. Tutti lo chiamano Flipper perché ha un mucchio di tic. Gli scatta in avanti una gamba, il mignolo si piega e si allunga. Sembra venirti incontro, poi all’improvviso va all’indietro. A volte parla a scoppi. Anche il fumo delle sue sigarette singhiozza.

Apro il taccuino e scrivo che anche stando zitti si possono dire molte cose. Di certo l’avranno già scritto in tanti. Ma io lo penso in questo momento, è quest’uomo che rema e guarda altrove che me lo fa pensare.

Flipper ci sta aspettando, ha una camicia rossa a fiori neri. Si toglie il cappello di paglia sfrangiato. Accostiamo.

– Salve – dico mentre lo aiuto a salire. Oggi è ancora più colorato.

– Ciao bambina. – Mi risponde e guarda il rematore. Lo saluta con un cenno senza dire niente. Sono molto amici. Mentre a fatica si siede, dà un calcetto involontario al barattolo della nonna. – E’ lì dentro? – mi domanda.

– Sì … dovevi vederla con il vestito della festa, tu dovevi saperlo che aveva già preparato tutto è vero?

 Allunga tre o quattro volte il mignolo della mano destra poi dà un altro colpo con la gamba. Guarda un attimo tutti e due. Tossisce.

– È vero lo sapevo … teneva la valigia pronta per morire. È perché tu fossi tranquilla. Voleva darci meno fastidio possibile. Sapete come era fatta – lo dice e si gira a cercare il rematore.

Gli rispondo che l’ho apprezzato che in effetti quando capitano queste cose si va in confusione, meglio avere tutto pronto. È che fa male pensarci prima.

Faccio una foto. Due belle facce da vecchi con colline sullo sfondo. Restiamo in silenzio. I remi lavorano lisci. L’acqua incisa a mestiere fa un rumore come di perdita e io scrivo che deve essere lo stesso che sentivo nella pancia di mia madre perché mi riposa. Flipper batte il piede sul pavimento di legno della barca. Allunga i mignoli. Tossisce.

Andiamo in un posto preciso, lo sa il rematore. È un posto che rappresenta qualcosa di loro che io non conosco.

In uno slargo del canale c’è un germano con i piccoletti. Procedono in ordine sparso dietro alla madre.

Il sole si abbassa all’orizzonte.

– Flipper, raccontami di quel travestito che dicevi l’altra sera, ero a fare il caffè non ho sentito.

L’altra sera c’era ancora la nonna e abbiamo mangiato sotto il fico.

– È una storia che mi è capitata molto tempo fa. Quanti anni … Tornavo a casa, era notte andavo a piedi a prendere il barchino, avevo una luce a acetilene su un casco da minatore. Credevo di essere solo. Invece illumino per caso il ponte e la vedo. Per me era una donna. Una donna sola in un posto del genere, non ho potuto fare a meno di avvicinarmi.

Mentre racconta asseconda i tic, anche la voce si adatta ai movimenti.

La metà di mia nonna rema.

Lo sappiamo che parliamo perché lui non ascolti il silenzio.

– Chissà cosa ti sei immaginato eh! Una donna, era spirito umanitario è vero? Sei stato subito bacchettato!

– E sì … non nego … ma va be’ chiunque con un po’ di buon senso sarebbe andato a vedere, stava proprio sul bordo del ponticello, sembrava che aspettasse un colpo di vento. E poi di notte a quel tempo non era proprio il posto per una donna.

– Infatti era un uomo travestito.

– Eh sì e piangeva.

– Ma non si capiva dal pianto che non era una donna?

– Cosa vuoi che ti dica … singhiozzava, boh forse si capiva. Comunque quando gli sono arrivato vicino e l’ho visto in faccia alla luce, ho tirato una scossa. Era un uomo con la faccia stravolta e il trucco spiaccicato. Una tristezza.

– Non ti ha fatto ridere un po’ dentro di te?

– No … non era da ridere.

-E dopo che hai fatto?

Flipper si volta di nuovo a cercare il rematore.

-E dopo mi sono inventato delle cose perché ero preparato a una donna, ho dovuto inventare.

– E poi?

– Mi ha raccontato che voleva prostituirsi perché gli sembrava che potesse essere un modo comodo di guadagnare. Un suo amico aveva comprato la macchina nuova in quel modo. Solo per comodità diceva, ma quando si era trovato col cliente in macchina a fare di fatti, era scappato.

– Prostituirsi per comprare la macchina …

– No, lui no, lui aveva un sacco di debiti, era uno sbandato. Non poteva sopportare la madre, una vecchia arpia tirchia che lo aveva usato da quando era piccolo al posto del marito.

– In che senso usato?

– Lui diceva usato. Comunque lo portai a casa mia gli detti dei vestiti, si lavò la faccia. Parlò tutta la notte e bevve vino. Mi raccontò la sua vita e quello che avrebbe voluto. E anche che aveva pensato di affogarsi. Non ricordo cosa gli dissi io. All’alba si addormentò per terra e lo lasciai lì sul pavimento di legno. Andai a letto. Nel pomeriggio quando mi svegliai, aveva riordinato tutto. Stava bene. Era contento. Poi l’accompagnai dove l’avevo trovato. Prima di andarsene mi strinse forte e mi baciò sulla bocca.

– Che schifo! Non ti fece schifo?

– No, in quel momento mi sembrò normale.

Ci fermiamo. Il piede di Flipper batte contro il legno della barca, i mignoli scattano non hanno pace.

 Abbiamo navigato lungo un canale stretto, adesso siamo alla fine e davanti a noi il lago si distende. È il tramonto. Prendo il taccuino e scrivo: il sole ha liquefatto il rosso nel cielo e l’ha colato nell’acqua.

Muti aspettiamo qualcosa. Un uccello nero tuffa la testa. Allunga il collo, lancia un grido.

Il rematore si alza in piedi, toglie dalla tasca un’armonica a bocca, il barchino dondola e lui suona. Flipper prende la nonna, a lei piaceva la musica, stappa il barattolo e la sparge nell’acqua. All’ultimo ne trattiene una manciata, la stringe, chiude gli occhi, la lascia andare, sciacqua la mano. Il rematore posa l’armonica e si butta lì proprio dove galleggia mia nonna. È vestito, non nuota, la sua testa è nera in controluce. Credo che voglia morire. Mi tuffo. Lo raggiungo. Non fa resistenza. Lo sorreggo. Miagola mentre piange. Vedrai che passerà. Gli dico. Tu sai meglio di me che passa tutto. Si tuffa anche Flipper. Tutti e tre nel lago. Abbracciati. Al tramonto.

Adesso rannicchiata sul barchino piango io. Mi viene in mente il travestito e mi rendo conto che non si capisce dal pianto se uno è maschio o femmina. Penso che forse non è solo fango quello che ho sui vestiti. Forse è anche cenere. Poi penso che le lacrime sono cadute nel lago e si sono mischiate con mia nonna. E mi meraviglio di quante scempiaggini sto pensando. Allora mi alzo in piedi e faccio una foto al mondo che se ne strafotte di noi. A un mondo che a quest’ora sarebbe comunque tutto rosso a fiori neri. Come una camicia.

Quarta di copertina

Questo nuovo libro è una raccolta di solitudini.
Solitudini che non ce le faresti.
Che devi guardare bene per accorgerti che sono solitudini.

L’autrice.

Monica Dini vive a Camaiore, Lucca. Ha pubblicato due raccolte di racconti: Sulle Corde (casa editrice della Società Speleologica Italiana; 2006) e Leggerezze (Besa; 2009).
Fa parte della redazione della rivista on-line Sagarana diretta dal prof. Julio Monteiro Martins.

dini.monica@cheapnet.it