La riforma Fornero del mercato del lavoro (da non confondere con la riforma delle pensioni) è intervenuta su due punti chiave: l’introduzione di ostacoli all’uso ripetuto di contratti a tempo determinato, di contratti a progetto (co.co.pro) e delle partite IVA; la modifica di alcuni aspetti dell’articolo 18 con la conseguenza che, quando il licenziamento per motivi economico-disciplinari è ingiustificato, si fa più spesso ricorso all’indennizzo (da 6 a 24 mensilità a seconda delle circostanze) e meno al reintegro sul posto di lavoro.

Nelle intenzioni del legislatore, questi due aspetti sono complementari: da una parte si è inteso aumentare il costo relativo del precariato e dall’altra si è voluto diminuire il costo del lavoro a tempo indeterminato al fine di renderlo più “appetibile” per le imprese. In condizioni ideali, questa riforma dovrebbe rendere gradualmente il mercato del lavoro più “fluido” e dovrebbe aumentare la domanda di lavoro da parte delle imprese sotto forma di contratti a tempo indeterminato. In condizioni ideali, si diceva.

Ha avuto successo questa riforma? Le imprese sostengono che le limitazioni alla flessibilità in entrata hanno fatto cessare molti contratti di lavoro precari. Secondo i lavoratori invece il licenziamento per motivi economici viene adesso utilizzato con più frequenza dalle imprese. Confindustria e sindacati sono concordi nel ritenere che la riforma abbia inasprito la disoccupazione, diminuendo le assunzioni di lavoratori atipici e aumentando i licenziamenti. Si può sostenere che una riforma del mercato del lavoro che produce più disoccupati abbia conseguito il suo obiettivo?

Sembra un paradosso, ma proprio i numeri delle parti sociali sembrano indicare che la riforma stia producendo nell’immediato i risultati previsti, ancorché temuti. L’obiettivo di alzare il costo in entrata e abbassare quello in uscita non poteva che produrre questi effetti in una congiuntura economica drammatica come la nostra. Idealmente una tale riforma avrebbe dovuto essere implementata in un periodo di crescita economica così da minimizzare l’impatto negativo sulla disoccupazione. Purtroppo però è storia nota che le riforme politicamente costose siano fatte solo quando incombe lo spettro della catastrofe economica e quando mancano le risorse per mitigare l’impatto negativo di breve periodo. E questa riforma non fa eccezione.

La riforma Fornero quindi è in mezzo al guado: è passato abbastanza tempo per vederne alcuni effetti dolorosi, ma non abbastanza per misurarne i risultati positivi attesi. In campagna elettorale questa è stata una situazione ghiotta per facili populismi. Che cosa hanno proposto centrosinistra e Movimento 5 Stelle?

Cominciamo dalla coalizione Italia Bene Comune (IBC): Vendola è tra i primi firmatari del referendum sull’articolo 18 ed il Pd stesso ne ha spesso preso le distanze. E tuttavia sia Fassina sia Bersani hanno più volte rassicurato che una volta al governo non vi saranno interventi sull’articolo 18. Di più, la strategia di aumentare il costo relativo del precariato è ribadita nel programma, ma rispetto alla riforma Fornero il Pd sembra intenzionato a fare qualche passo indietro riabbassando il costo dei contributi dei contratti precari. Una posizione “conservatrice” dunque, che naturalmente non esclude che il centrosinistra potrebbe fare interventi, anche importanti, su altri aspetti del mercato del lavoro a cominciare dalla fiscalità e dagli ammortizzatori sociali.

Che cosa propone il Movimento 5 Stelle? Diversi esponenti del M5S si sono dichiarati contrari alle modifiche della legge sull’articolo 18, ma è anche vero che nel Movimento 5 Stelle sono confluite pure le istanze di molte piccoli e medi imprenditori che potrebbero vedere di buon occhio le misure agevolazioni nei licenziamenti introdotte dalla nuova legge.

E’ uno scenario probabile quindi che a entrambi gli schieramenti vada bene mantenere lo status quo sull’articolo 18 e introdurre delle misure fiscali che rendano il costo relativo dei contratti a tempo indeterminato più conveniente, anche se non è assolutamente chiaro se esista la copertura per una tale modifica.

Queste limitate modifiche si potrebbero peraltro collocare all’interno di un’ampia rivisitazione degli ammortizzatori sociali con l’introduzione di qualche forma di Reddito minimo garantito di cui abbiamo parlato in un post precedente.

In conclusione pensiamo che non vi siano motivi ostativi che derivano dai rispettivi programmi ad una eventuale collaborazione politica limitata a qualche limatura della legge Fornero nel quadro di una più ampia riforma degli ammortizzatori sociali e nel segno del reddito minimo di garanzia. Il semaforo quindi è verde.

di Matteo Rizzolli

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