Pneumatici. A centinaia. Oltre ad una quantità incredibile di spazzatura di ogni tipo. Gettati nel letto e lungo le scarpate del Rio Pezzasecca, il torrente oggi completamente in secco che fuoriesce dal Ponte delle Monache. Così il vasto cunicolo di epoca romana che si apre sotto al ponte omonimo, nel punto di confluenza di canalizzazioni sotterranee. Nonostante sia uno degli esempi migliori delle capacità realizzative nel settore dell’ingegneria idraulica raggiunte già nel IV secolo a. C., non gli si è prestata la cura che avrebbe meritato. E anche a causa del passaggio del traffico veicolare, consentito fino a non molti anni fa, l’infrastruttura ha subito il distacco di numerosi diaframmi di banco nel quale è stato scavato. Ed ora quel che c’è si conserva quasi suo malgrado.

Siamo a Cales, importante centro degli Aurunci e poi città romana, in località Calvi Vecchia, in corrispondenza del km 187 della via Casilina. Calvi Risorta, centro della Campania settentrionale, in provincia di Caserta, è a pochi chilometri. Non una città qualunque. Come indiziano gli appellativi di “urbs egregia” e di “civitas magna” con i quali la connotarono nell’antichità. D’altra parte qui si producevano ceramiche stampate e decorate, esportate e famose ovunque. Nelle sue campagne erano coltivati vigneti che davano un vino di altissima qualità. Peccato che l’area archeologica non abbia avuto una storia facile. Che prosegue. Tagliata a metà dall’Autostrada del Sole nel 1960, fin’ora è stata indagata solo parzialmente. Spesso in maniera episodica. Come accaduto nel 1993 e poi nel 1994, quando alcune opere a ridosso della corsia nord dell’Autostrada consentirono il rinvenimento di alcuni settori abitativi della città romana. Per il resto quello che è stato scavato emerge dalla vegetazione. Tra una lastra di eternit ed un frigorifero. Tra un materasso e un cumulo di bottiglie. Percorrendo stradine campestri lungo le quali a fatica si scorgono vecchie indicazioni spesso utilizzate per esercitarsi nello sparare.

In prossimità del limite occidentale delle mura e a poca distanza dal Foro, in località Grotte, si trova il teatro, il monumento meglio noto dopo gli scavi finanziati con un miliardo e 200 milioni di lire dalla Comunità Europea. Accedervi è fin troppo facile. Dopo che la recinzione realizzata alcuni anni fa, è stata in gran parte rubata. Così la grandiosa struttura per spettacolo con una prima fase in opera incerta, intorno alla metà del I secolo a. C., ed una successiva in opera reticolata, nel corso del I secolo d. C., continua ad essere una cava per chiunque lo voglia.  

Con un po’ di pazienza e soprattutto essendosi procurati una pianta della città antica che aiuti nel raggiungere quanto resta di Cales, si può vedere altro. Proprio di fronte al teatro, in località Arco d’Orlando, ci sono le terme settentrionali. Un grandioso complesso del I-II secolo d. C. che lo scavo, parziale, ha permesso di riconoscere nella sua planimetria. Con ambienti suddivisi su tre file.

Più avanti il complesso delle Terme centrali, riferibile agli inizi del I secolo a.C., che conserva quasi integralmente parte degli ambienti, taluni ancora con la decorazione in stucco.

Ancora, c’è l’anfiteatro, in località Circulo. In assenza di murature, a parte pochi resti delle semicolonne in laterizio, che ornavano i lati degli ingressi all’ambulacro esterno, l’edificio è riconoscibile dalla forma ellittica con l’interno posto a circa 7 metri al di sotto del piano di campagna. Realizzato nel I secolo a. C., anche se con fasi successive di età imperiale, sfruttando per le gradinate il declivio artificiale determinato dallo scavo dell’area centrale. Poi i resti di un tempio e poi quelli delle mura.

Ma tutto questo e molto altro è per i pochi turisti che si avventurano da queste parti. Per gli studiosi. E per chi ritiene che l’archeologia sia solo un traffico illegale di reperti. Cales è purtroppo un comodo deposito a cielo aperto dal quale sottrarre quel che più interessa. Come sanno bene alcuni affiliati locali alla camorra. Che spesso conservano nelle loro case materiali antichi come simbolo di prestigio e potere. Come dimostrano le 51 persone indagate alcune settimane fa, molte delle quali provenienti da Casal di Principe.

La lista dei trafugamenti accertati è lunga e articolata. Senza la necessità di andare troppo indietro nel tempo. Si può comodamente iniziare nella primavera del 1995 quando fu interamente saccheggiata una piccola necropoli, tardo antica. Si prosegue nel 1997, con alcune colonne portate via dalla struttura templare. Con ulteriore saccheggio nella zona sacra, di probabile pertinenza ellenistica, nel 2001. Con uno scavo clandestino all’interno del teatro nel 2007. Con l’asportazione della parte superiore delle figure dei cinque santi raffigurate all’interno della Grotta dei Santi, una delle cavità scavata nel tufo da alcuni monaci di San Basilio tra il X e l’XI secolo per rifugiarsi dalle persecuzioni da parte degli iconoclasti.

Manca qualsiasi forma di tutela e valorizzazione. Come già in altri casi il connubio tra “monnezza” e archeologia sembra l’unico vincente in una terra che continua quasi volontariamente a dismettere il bello che ha. L’abbandono, nei fatti, dell’area archeologica causa ed effetto del degrado paesaggistico e ambientale. Quel che potrebbe e dovrebbe costituire un’occasione anche per l’economia di questo centro del casertano, fatta morire. Fin’ora. Soffocata dalla mancanza di progetti seri. Proposti con autorevolezza dalle istituzioni dello Stato. Non è evidentemente solo un problema dell’archeologia. Anche se iniziare da questo potrebbe lanciare un segnale. Finalmente.