Il Consiglio di Stato cinese ha annunciato una serie di misure per raffreddare il mercato immobiliare, ormai in odore di bolla incontrollabile. Le misure non sono la fine del mondo e riguardano solo le seconde case: una tassa del 20 per cento sulle transazioni e l’aumento delle rate dei mutui e della caparra per l’acquisto. Il governo ha fatto del suo meglio per non pestare troppi piedi.

“Guardate – sembra dire – vi mandiamo un avvertimento: smettetela di investire in case che rimangono vuote e voi, funzionari dalla mazzetta facile, finitela di farvi regalare ville sontuose dai businessman a cui ridistribuite favori; stiamo per venirvi a vedere le carte. Ci sono andati così con le molle da accantonare, per il momento, una vera e propria ‘Imu secondo caratteristiche cinesi‘: una patrimoniale più volte annunciata che dovrebbe sommare la proprietà immobiliare al reddito individuale e tassarla di conseguenza. Questo è invece un balzello sul capital gain, cioè sulla crescita di valore della seconda casa. Come a dire: se voi speculate, noi tassiamo. Le imprese del settore immobiliare sono crollate in media del 9,5 per cento sulla piazza di Shanghai nei giorni scorsi – tirando giù le borse di mezza Asia – e si è registrato un vero e proprio boom di divorzi. Sì, centinaia di coppie si sono precipitate nei municipi di diverse città per separare i propri destini e, soprattutto, le proprie fortune: un modo come un altro per scorporare le proprietà immobiliari di famiglia. Ed ecco che per incanto, se gli Zhang avevano prima due case, adesso ne hanno una a testa, che in quanto “prima” non è tassabile. Le cronache riportano che in un quartiere di Shanghai 53 coppie hanno divorziato in un solo giorno e che scene simili si sono registrate a Wuhan, Nanjing e Ningbo.

Un funzionario comunale ha raccontato al Shanghai Daily di avere consigliato a molti neodivorziati di tornare a risposarsi dopo avere compilato la dichiarazione sul proprio patrimonio immobiliare. Fatta la legge, trovato l’inganno. E magari lui si prende pure la mancia. Il fenomeno si verifica dopo che nei giorni scorsi gli uffici del catasto erano stati presi letteralmente d’assalto da persone che volevano registrare la cessione di seconde, terze, quarte case. Le foto circolate su media cinesi e non mostrano corridoi strapieni di gente e situazioni al limite della rivolta urbana. Alla fine dello scorso anno ci fu un picco delle vendite di case di lusso dopo l’annuncio della campagna anticorruzione lanciata dal nuovo leader Xi Jinping. Erano funzionari che si affrettavano a monetizzare il proprio patrimonio immobiliare: una valigetta di soldi rapidamente trasferita all’estero dà meno nell’occhio di una riproduzione non troppo in miniatura della Città Proibita o di quaranta ville a fronte di un reddito dichiarato equivalente a 1.500 euro (gli esempi non sono frutto di fantasia). È con questa diserzione generalizzata e just-in-time che il potere cinese deve fare oggi i conti. Non è per niente facile. 

di Gabriele Battaglia