L’Ater – Azienda territoriale per l’edilizia residenziale – di Roma, proprietaria di immobili e numerosissimi locali e terreni, è in procinto di pagare un contratto di affitto per un locale di mille metri quadri per sistemare i propri archivi, a circa 400mila euro l’anno per una durata di 12 anni. A lanciare l’allarme è il presidente dell’associazione inquilini dell’Ater, Anna Maria Addante: “Una scelta incomprensibile – denuncia la Addante – visto che, tra l’altro, ci sono numerosi stabili in disuso che potrebbero essere usati per sistemare gli archivi senza buttare letteralmente al vento milioni di euro”. L’azienda quindi pare sia in procinto di impegnare circa 5 milioni di euro anche se la situazione finanziaria non è delle migliori, tant’è che mancano perfino i soldi per la manutenzione ordinaria degli immobili, alcuni dei quali al limite della sicurezza per quanto sono fatiscenti. Un’altra scelta discutibile dell’Ater che si va quindi ad aggiungere ad altre vicende poco chiare già raccontante dal fattoquotidiano.it.

“Al momento ancora non è stato firmato nulla – spiega Renato Panella, direttore generale dell’Ater – ma è auspicabile che la trattativa vada in porto poiché una archivio unico è necessario. Io sono qui soltanto da un paio di mesi ma tutti i direttori generali che mi hanno preceduto avrebbero voluto fare un archivio generale. La centralizzazione dell’archivio presuppone un unico ambiente e non esistono locali adeguati a disposizione per questo tipo di servizio”. 

Non sembrano della stessa opinione le Rsu dell’azienda che hanno diramato un comunicato sulla vicenda. “Questa Rsu ha appreso da voci attendibili – si legge nel documento – che la direzione generale dell’Ater di Roma sarebbe in procinto di adottare una determina per acquisire in locazione da privati un’immobile da adibire ad archivio cartaceo nonostante la disponibilità di propri locali che, con idonei interventi tecnici, potrebbero essere utilizzati per tali necessità”. Le Rsu sottolineando come tale decisione confligga con l’interesse pubblico chiede all’azienda “l’interruzione immediata di ogni atto – prosegue la nota – che preveda la conclusione di un contratto peraltro, a quanto sembra, notevolmente oneroso, che impegnerebbe l’Ater in un momento di notoria disastrosa situazione economica, per diversi anni, ad un’ingente spesa del tutto ingiustificata”.

Le casse dell’azienda sono in forte sofferenza anche per colpa delle numerose sezioni romane di partito che usufruiscono degli immobili dell’Ater con contratti di locazione che ormai sono pezzi d’antiquariato. Contratti che, tra l’altro, spesso non sono rispettati visto che mancano all’appello centinaia di migliaia di euro che i partiti devono ancora versare all’Ater. In passato l’azienda ha provato, con poca convinzione, a riscuotere i sospesi senza ottenere risultati significativi. Difficile mettersi contro i partiti se sono loro a nominare gli stessi membri del cda dell’Ater. “L’azienda si sta muovendo con solerzia – spiega Panella – senza guardare in faccia a nessuno. E’ un problema che ho trovato appena insediatomi ma che cercherò comunque di risolvere in tempi brevi, non mi interessano i partiti. Devono pagare altrimenti se ne vanno ed alcuni contratti di locazione che risalgono a decenni fa devono essere rimodulati”.

E mentre si fa poco o niente per fare cassa, l’Ater qualche giorno fa ha deciso invece di recuperare un po’ di soldi vendendo le case costruite nello storico quartiere di San Lorenzo, dopo il bombardamento del ’43 a titolo di risarcimento per le 140 famiglie che restarono senza casa. Le cinque palazzine, oggi amministrate dall’Ater, costruite con un decreto legge del 1947 con disposizioni urgenti per i senza tetto, a seguito degli eventi bellici servirono a ridare un tetto a chi l’aveva perduto in quel 19 luglio quando San Lorenzo fu mezzo rasa al suolo. In questi giorni sono arrivate le raccomandate tanto temute. Gli inquilini in questione infatti hanno scoperto che devono acquistare l’appartamento in cui vivono, a prezzi di mercato, altrimenti dovranno cedere il passo a nuovi acquirenti in grado di comprarsi quelle case e loro saranno sfrattati. “Mentre si buttano i soldi dalla finestra – spiega la Addante – si chiede agli anziani reduci di quel bombardamento e ai loro parenti, di rilevare gli immobili a prezzi oltremodo eccessivi. In un momento di crisi nessuno può permettersi di comprare una casa, queste raccomandate equivalgono ad un avviso di sfratto”.