Silvio Berlusconi viene contestato mentre raggiunge sulle sue gambe Palazzo Madama. Niente bastone o cane guida. Ci vede benissimo. “Buffone!” gli ha urlato un gruppo di persone.
Silvio Berlusconi porta gli occhiali in stile Tommaso Buscetta, servono per evitare che si aggravi l’uveite. Sono passate le cinque del pomeriggio e il sole è già basso, le lenti scure e l’infezione agli occhi non gli impediscono però di scorgere con la coda dell’occhio il gruppetto di indignati che hanno osato contestarlo. Allora li raggiunge, pancia in dentro e petto in fuori ribatte: “vergognatevi, siete dei poveri ignoranti stupidi”.

Dopo questa scenetta mi sento ancora più solidale con quel gruppetto.

Agli occhi dell’opinione pubblica, me compreso, pare che i processi di Silvio Berlusconi vadano avanti così da anni: un rinvio per legittimo impedimento e la sospensione per un legittimo sospetto. Processi che durano all’infinito. Quante volte i suoi difensori, colleghi di partito, se la sono giocata ad armi pari contro la Procura?

E guardate che non si tratta di essere garantisti o giustizialisti. Si tratta di essere obiettivi.

Di ciò che pensa dei magistrati Silvio Berlusconi non ne ha mai fatto mistero: non sono comunisti o mentalmente disturbati quando decidono di non rinviarlo a giudizio o lo assolvono. Quando i magistrati si dimostrano “meno comprensivi”, Berlusconi solleva una questione non da poco.

Si tratta di una “novità” del 2002. All’epoca, a capo del Governo c’era Silvio Berlusconi e a Milano c’era uno dei tanti processi che lo riguardava, questa volta insieme al suo ex avvocato Cesare Previti. Era quello di “Imi-Sir -Lodo Mondadori”.

I due imputati volevano trasferire il processo da Milano ad altra sede (secondo loro mancavano le condizioni “ambientali” per giungere a conclusioni serene e prive di pregiudizi) ed esisteva una norma che forse faceva al caso loro; l’articolo 45 del codice di procedura penale. Ma la sua formulazione secondo l’entourage di B. era incompleta, mancavano le parole “legittimo” e “sospetto” per i casi di rimessione del processo dinnanzi ad altro giudice. Ed ecco che a novembre apparve in gazzetta ufficiale la legge 248 del 2002, meglio conosciuta come “legge Cirami” dal nome del suo primo firmatario Melchiorre Cirami, senatore del Pdl. Così il processo “Imi-Sir-Lodo Mondadori” venne sospeso per mesi in attesa che la Corte di Cassazione si pronunciasse sul suo trasferimento da Milano a Brescia. Alla fine i giudici decisero che poteva rimanere a Milano. Previti venne condannato. Per Berlusconi ci fu sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.

Con quella legge vennero però sostituiti ben quattro articoli del codice di procedura penale: 45, 47, 48, 49. Per chi volesse, in qualsiasi codice aggiornato trova tutte le differenze con le precedenti formulazioni.

Magistrati e avvocati compresi, avevano definito una “mostruosità” la Legge Cirami e piena di errori: sospende inutilmente i processi dal momento in cui viene presentata la richiesta di rimessione, la sospensione è reiterabile all’infinito, rende inutilizzabili per il nuovo giudice gli atti precedentemente formati. Il concetto di legittimo sospetto è troppo vago e lasciato a valutazioni del tutto discrezionali. Anche secondo Giovanni Conso veniva violato “il principio del giudizio precostituito per legge”.

Franco Cordero, ritenuto il massimo esperto di procedura penale, il 21 ottobre 2002 scrisse un articolo apparso su Repubblica dal titolo “Quel mostro costituzionale chiamato legge Cirami” che iniziava così: “Sotto queste lune circolano piccoli mostri. Ne sta nascendo uno e avrà vita corta, tanto invalido appare. L’idea viene dall’insonne cervello giuridico d’Arcore: la inseminano vari fattucchieri; due Camere prestano l’utero; ed ecco i nuovi artt.45,47,48,49 c.p.p. […]”.

Stimo il professor Cordero e leggo il suo manuale di procedura penale come fosse la “bibbia”, ma per devo ammettere che quella previsione si mostrò errata: il mostro costituzionale è ancora lì a disposizione del cervello giuridico d’Arcore a colmare le lacune lasciate da una ormai guarita uveite.