Ho parlato direttamente con Lui, e pur confessandogli immediatamente il mio militante ateismo, ha risposto a tutte le mie domande. Come? direte voi. Ed io, che sono in vena di confessioni, non vi nascondo che è bastato alzare la cornetta del mio vecchio telefono, di cui sono così orgoglioso e che mostro a tutti i frequentatori di casa mia, e comporre il suo numero sul rotante e rumoroso disco. Poi qualche tu—tu di attesa e subito, senza alcun dubbio, ho sentito la sua inconfondibile voce, profonda, pacata.
“Pronto Fabio”, e non il nostro incerto “pronto chi parla?”
Ben quarantacinque minuti di parole, comprese, soppesate, misurate. Ad ogni mia domanda una semplice risposta. All’inizio ho pensato che sarebbe stato bene registrarle per poterle poi riascoltare. Ma questo, ovviamente, non era possibile, anche perché, in ogni caso, sarebbe stato perfettamente inutile.
Tutto quello che ci siamo detti, ma più che altro quello che Lui mi ha detto, è come stampato nella pietra, indelebile, pieno di Luce e talmente chiaro che non potrò e non dovrò interpretarlo.
Il “sottinteso”, “l’intendeva questo e quest’altro” è sempre e comunque “farina del diavolo sprecata“, ha ripetuto Lui più di una volta sorridendo. Cosa che, lo sprecare, come vi potete immaginare, mi è assolutamente insopportabile.
Al mio annuire su tutto ciò che mi diceva, che in qualche modo Lui vedeva, ha risposto sempre accarezzandomi l’anima.

Alla fine mi a fatto i complimenti per una zuppa che avevo cucinato il giorno prima. Ed io, ingenuamente e per pura cortesia, gli ho proposto di rifarla per il pranzo di domenica prossima. Lui mi ha nuovamente sorriso, dicendo che per un paio di domeniche era incredibilmente occupato, ma che comunque, non visto, già ne aveva presa una bella ciotola quando l’avevo lasciata riposare per tutto il precedente pomeriggio sul ripiano della mia cucina di casa.
Beh, vi potete immaginare la mia soddisfazione quando, salutandoci, non solo avevo le idee più chiare su varie mie questioni personali, ma essendoci anche intrattenuti, nel far due chiacchiere di convenevoli a fine telefonata, su ciò che succederà nel mondo dopo l’arrivo di Francesco, vescovo di Roma, e sul nostro futuro di cittadini di un paese così affaticato nel vedere quel che tutti i giorni vediamo, mi ha detto, con quella formulazione così straordinaria, sorprendente e rassicurante: “In verità ti dico che tutto finirà come deve finire, e dopo il diluvio il sole tornerà ad asciugare le vostre lacrime”.
“Dio!” – e in questi caso l’esclamazione è assolutamente necessaria – come mi sono sentito meglio. Avremo dunque un governo entro l’anno. Sì, siatene certi.
A proposito, se volete la zuppa di Dio, così la chiamerò fra me e me da oggi in poi, ecco qui la ricetta.
Mettete a bollire in abbondante acqua, dopo averli ammollati tutta la notte, dei fagioli secchi della migliore qualità che riuscite a trovare. Portateli a cottura lentissimamente e dopodiché salateli. Nell’acqua avrete messo qualche foglia di salvia e qualche spicchio di aglio.
Arrostite poi numerose fette di pane, portandole quasi alla tostatura, e sovrapponetele in una zuppiera versandoci sopra, di strato in strato, la broda di cottura e gli stessi fagioli, aggiungendo, sempre di strato in strato, del cavolo nero che prima avrete sbollentato e poi risaltato dopo averlo tritato in un padellino con olio caldo e qualche spicchio di aglio sminuzzato a cui avrete fatta sentire il calore. Fermerete la cottura del cavolo col qualche pomodoro pelato frantumato, un bel pizzico di pepe nero e peperoncino macinato. Sull’ultimo strato di cavolo appoggiato in maniera uniforme senza i fagioli sopra le ultime fette di pane, versate con generosità un abbondante filo d’olio. Dopo la prima romaiolata che solleverete dalla zuppiera, servendola in una tazza, come Dio mi ha confessato di aver golosamente gradito, sarete sorpresi nel sentirvi in Paradiso.