Nel mio ultimo post (8 febbraio) ho espresso delle critiche al programma sulla sanità del Pd. Segnalavo delle incongruità, sperando di migliorare l’efficacia di una battaglia che per me era e resta comune. Alcuni commenti hanno visto nelle mie critiche una malafede elettoralistica e per questo mi sono dispiaciuti. Ma capisco che criticare un partito in campagna elettorale può essere interpretato male. Ma non era il mio caso. Da molto tempo sostengo idee diverse da quelle del Pd, senza per questo negare né una comune storia riformatrice né, nonostante tutto, la sua indole riformatrice.

Personalmente sono convinto che la sanità abbia bisogno di essere riformata e profondamente, il Pd invece è per amministrare semplicemente meglio quello che c’è. Gli uomini della sanità del Pd non gradiscono critiche al loro senso comune, e di fronte alle proposte anche incalzanti di cambiamento tendono a nascondere la testa – ma quella degli altri non la loro – nella sabbia. E questo per me convinto riformatore democratico non solo è imperdonabile, violento.. ma semplicemente poco ragionevole.

Le elezioni sono andate come sono andate. Le persone come me si sono trovate improvvisamente quasi redente dal capovolgimento elettorale. Da anni esse in sanità sfornano idee, proposte, da anni credono nella necessità di un cambiamento ontologico della politica. Sentirsi redenti non è una cosa da poco ed è una bella sensazione pur tuttavia nessuno di noi si illude che in sanità basti ripetere la parola cambiamento per avere delle politiche di cambiamento.

Dopo il risultato elettorale seguii in tv la conferenza stampa di Bersani e mi colpì la sua amarezza e la sua insistenza  a sottolineare i temi della governabilità del cambiamento della moralità. Pensai all’enorme distanza tra quei temi e le politiche sanitarie del Pd. Scrissi un pezzo per quotidianosanita.it (27 febbraio) dove cercavo di mettere in luce proprio questa scollatura dicendo che era arrivato il momento di andare in chiaro in sanità su cosa volesse dire “governabilità” “moralità” e “cambiamento”; invitando ad aggiornare i giudizi sulla sanità che chiudevano gli occhi sulle politiche fatte, sulle responsabilità delle Regioni, sugli intrecci tra governabilità e spesa, sui fallimenti delle aziende, del titolo V  ecc. Invitavo a ripensare alle  politiche deboli definite “manutenzione del sistema” e a lavorare tutti insieme a un progetto di riforma. Ebbi risposte amichevolmente piccate e risentite. Oggi, a poche settimane dal voto, mi sto rendendo conto che continuano a svolgersi seminari e convegni sulla sanità come se nulla fosse accaduto e coloro che avevano scritto le “solite cose” sulla sanità continuavano a dire le “solite cose”, mentre  importanti personaggi della sanità, presidenti di ordini e di collegi, diventati parlamentari del Pd si trovavano indecisi circa il problema delle dimissioni dai loro precedenti incarichi.

E’ mai possibile che non si sia compreso quello che è accaduto con queste elezioni? Che non si sia compreso il significato di un papa ircocervo “gesuita e francescano” fatto venire da oltre oceano? Che diavolo serve di più per far capire a costoro che per migliorare il mondo bisogna cambiarlo? La verità è che per un mucchio di persone non è facile cambiare e che l’anatema del “tutti a casa”, ha i suoi tempi. A questa difficoltà non marginale è necessario dare una definizione che per me è quella del  “riformista che non c’è”. In sanità siamo come in mezzo: da una parte il “riformista che non c’è” e dall’altra la necessità di riformare la sanità. Ma chi è il “riformista che non c’è”? E’ un soggetto simbolico della politica che esprime soprattutto un limite culturale datato. Lo conosco bene, per tutta la vita mi sono dovuto misurare con esso. Il “riformista che non c’è” non è un conservatore è un ossimoro, un “progressista regressivo” cioè è colui che potrebbe andare avanti ma restando fermo nel cambiamento generale è come se tornasse indietro. Egli è complessivamente  una persona per bene che amministra come meglio può la sanità che ha trovato, spesso cedendo alle tentazioni del clientelismo, della lottizzazione, e qualche volta della corruzione. Egli è il vero problema della sanità pubblica. Tutto il resto sono tecnicalità risolvibilissime. Se questo problema non sarà affrontato seriamente per la sanità sarà dura. Sono così convinto di ciò che ho deciso di scrivere un libro sul “riformista che non c’è” che ne analizzi in profondità i problemi, che ne evidenzi le responsabilità, i ritardi cognitivi ,ma soprattutto per offrirgli ancora una volta delle idee e delle proposte che lo aiutino a ripensarsi. E’ lui il problema non la sanità.