Mai come da quando è scoppiata la crisi finanziaria e l’Unione europea sta cercando di assicurare più stabilità finanziaria al suo interno, in Italia si è sentito tanto parlare di “difesa della propria sovranità”. I passi avanti fatti da Bruxelles verso una maggiore integrazione economica e monetaria hanno scatenato uno straccia vesti generale in nome della “nazione Italia” della quale fino a qualche anno fa sarebbe stato capace solo Ignazio La Russa.

Da destra come da sinistra, si sono alzate le voci di chi si è detto scandalizzato per la concessione di simili poteri economici a Bruxelles. Perfino qualche esponente della Lega Nord, il partito che fino all’anno scorso aveva cercato di strappare a Roma qualche Ministero per trapiantarlo a Monza, ha gridato allo scandalo di fronte allo scippo europeo della sovranità romana (evidentemente lo stesso non vale per la loro Padania).

Il fatto è che i populisti di destra come quelli di sinistra hanno l’abitudine di parlare o al cuore (con promesse mirabolanti) o alla pancia (con sparate bigotte e razziste) ma molto poco alla testa, eppure gli italiani il cervello ce l’hanno eccome (anche se non lo utilizzano sempre).

La crisi economica internazionale, la crisi del debito e il cortocircuito che si è creato tra debito bancario e debito pubblico sono tutti fenomeni internazionali e come tali necessitano soluzioni internazionali. Diciamoci la verità: la piccola Italietta (così come la stessa Germania) può ben poco da sola di fronte a simili dinamiche. Mentre la politica è ancora stretta attorno ai suoi confini nazionali, economia e finanza ragionano globalmente. Se i titoli di Stato di un Paese sono detenuti da un istituto di credito in un altro, o se una determinata realtà economica investe in un altro Paese, va da se che la questione non è più strettamente nazionale.

A Bruxelles le istituzioni comunitarie e i rappresentanti dei governi nazionali (che ricordiamolo hanno un peso determinante), stanno cercando di uscire dal pantano della crisi e di prevenire futuri terremoti. Una delle misure prese, è spingere sull’acceleratore di una maggiore integrazione economica e finanziaria così come previsto dal semestre europeo, dal six pack e dal two pack (recentemente approvato dal Parlamento europeo) che da alla Commissione europea l’inedito potere di bocciare i bilanci nazionali dei 17 Paesi della zona euro.

Da qui l’ennesimo slancio nazionalista del “giù le mani dalla nostra sovranità”. Il fatto è che stiamo assistendo ad un momento storico e a tratti rivoluzionario. È vero, le insidie sono molte e ci troviamo di fronte ad un evidente deficit democratico dettato da un massiccio trasferimento inaspettato di poteri a un organismo tecnico come la Commissione europea non progettata per gestirli. Ma la soluzione è da cercare nel futuro e non nel passato. Una lungimirante classe politica dovrebbe indirizzare l’attenzione dei cittadini, invece che sulla difesa della propria sovranità nazionale, verso un rafforzato potere di controllo da parte del Parlamento europeo (eletto direttamente dai cittadini), l’elezione a suffragio universale del presidente della Commissione europea, la predisposizione di un meccanismo che aumenti la trasparenza del processo legislativo europeo, la protezione del principio di solidarietà comunitario nel caso di un Paese in difficoltà (vedasi Grecia), una maggior partecipazione popolare e tanto altro.

Mentre in Italia (e non solo a dire il vero) si spela la margherita, “Euro si o Euro no”, a Bruxelles si vocifera che probabilmente la prossima legislatura dell’europarlamento sarà costituente di una nuova Unione Europea, integrata non solo economicamente ma anche politicamente e, speriamo, socialmente. Come al solito, arriveremo a capirlo troppo tardi.

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