Loro, i lavoratori dell’Idi, quelle parole proprio non se le aspettavano. Confermati gli oltre 400 licenziamenti, nessuna indulgenza per chi lavora senza ricevere uno stipendio da oltre sette mesi, salvo qualche spicciolo di acconto. Giuseppe Profiti, manager di fiducia del cardinale Giuseppe Versaldi, commissario inviato dal Vaticano a rimettere in sesto gli ospedali della congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, è stato categorico: “Il costo del personale è all’87 per cento del fatturato, insostenibile”. Cari medici, infermieri, impiegati, costate troppo. Numeri che però non coincidono con gli ultimi bilanci del 2011, presentati dalla gestione dell’ex prefetto Boncoraglio lo scorso novembre, che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare.

E così, a poche ore dalla elezione di papa Francesco, hanno di nuovo protestato, bloccando l’accesso e gli ambulatori, salvo per i casi più urgenti e difficili. Una carta da giocare mentre il cardinal Bertone – da sempre vicino ai frati della congregazione – era chiuso nel conclave, alle prese con il delicato voto sul prossimo pontefice. I lavoratori dell’Idi sanno che dovranno cercare di salvarsi da soli, visto che nella nomina del commissario firmata da Ratzinger poco prima delle dimissioni, la Santa sede aveva messo nero su bianco l’indisponibilità a versare i soldi per coprire il buco accumulato di 550 milioni di euro. Sanno anche che il 20 marzo scade il termine ultimo concesso dal Tribunale fallimentare di Roma per presentare un piano di concordato preventivo, evitando il fallimento, con la scure della procura, da mesi alla caccia dei soldi finiti nel nulla, che pende.

Lo scacchiere dell’Idi non è secondario per il Vaticano e sicuramente sarà uno dei primi dossier che il neo eletto papa Jorge Bergoglio dovrà affrontare. Il commissario pontificio Versaldi ha ora in mano il patrimonio di una delle congregazioni più ricche, cresciuta grazie alle tante attività in campo sanitario, dagli ospedali romani – Idi e San Carlo di Nancy – fino alle industrie farmaceutiche. Dispone poi di proprietà immobiliari di peso sparse nel mondo, dalle Americhe all’Africa. Un paniere che qualcuno stima in un miliardo di euro, con calcoli conservativi. L’aver allargato il commissariamento dalla provincia italiana – che ha gestito i conti degli ospedali in rosso – all’intera congregazione fa capire il peso della vicenda. L’intervento della Santa sede ha poi bloccato un’offerta di salvataggio che era arrivata da un gruppo tedesco, pronto a versare 360 milioni di euro per acquistare il 55% delle quote degli ospedali. Offerta caduta dopo l’arrivo del commissario.

In questo contesto i dati forniti da Giuseppe Profiti – ovvero il costo esorbitante del personale e il conseguente taglio dei posti di lavoro – non coincidono con i conti ufficializzati il 19 novembre 2012. I bilanci dei due ospedali della congregazione sono stati presentati dall’ex prefetto Vincenzo Boncoraglio, chiamato lo scorso agosto a cercare di rimettere in piedi i conti dell’ospedale, con un curriculum di alto profilo nei ranghi del ministero dell’Interno. In una relazione presentata lo scorso novembre l’esubero del personale riguardava 164 dipendenti, ovvero meno della metà della cifra fornita dall’uomo di Bertone. Lavoratori “tutti riassorbibili con processi di innovazione e attraverso un aumento della produttività”, scriveva il prefetto nella relazione poi presentata ai sindacati. Il fatturato dell’Idi era pari a 91,7 milioni di euro, con un costo del personale di 48,5 milioni. Molto meno di quell’87% indicato da Profiti. Un quadro simile era stato certificato anche per il San Carlo di Nancy: a fronte di un valore della produzione di 66,6 milioni di euro, i dipendenti costavano nel 2011 poco più di 35 milioni. In quest’ultimo caso i conti hanno presentato un attivo di 100mila euro.

Leggendo il bilancio dell’Idi si scopre – dopo mesi di illazioni – il peso del debito accumulato dalla struttura. Prima della cura di tagli lo scoperto per il 2011 era previsto in quasi 20 milioni di euro; dopo gli interventi attuati dalla gestione che ha sostituito il gruppo di padre Decaminada – oggi indagato insieme ad altri manager per appropriazione indebita – la cifra scende a 11,5 milioni di euro. Leggendo questi numeri è difficile ipotizzare che quei 550 milioni di buco siano dovuti esclusivamente alle perdite dell’ospedale romano, gestito in maniera disinvolta per anni. Questo è il vero nodo che ha attirato l’attenzione della procura di Roma, che attende ora quel 20 marzo – data limite per la conclusione del concordato – per decidere come proseguire nella delicata e complessa inchiesta.