Tra “un vivo rammarico” e una serie imprecisata di “vibranti reazioni” Giorgio Napolitano nell’arco di circa 72 ore ha nell’ordine: ricevuto il trio Alfano, Cicchitto, Gasparri, nonostante che, a quanto ha affermato, gli fosse stato garantito l’annullamento della sceneggiata eversiva al palazzo di giustizia di Milano; ha emanato una nota ufficiale in cui al contempo deplorava l’adunata intimidatoria ma “garantiva” il ruolo politico di Berlusconi; ha sentito l’esigenza di rispondere in modo molto piccato al vicedirettore di Repubblica per negare recisamente qualsiasi ipotesi di scudo o Lodo temporaneo.

Se come afferma il capo dello Stato nella lettera a Repubblica aveva avuto precise rassicurazioni dal Pdl, nella serata di domenica, che il ricevimento di lunedì avrebbe reso superflua l’esibizione contro la Boccassini e colleghi, perché non ha ritenuto opportuno annullarlo hic et nunc dato che era stato aggredito un potere dello Stato ed era stata presa in giro la presidenza della Repubblica? E per di più perché dopo l’incontro ribadire di non poter fare nulla nel rispetto dell’autonomia della magistratura e contemporaneamente sentire l’esigenza dichiarare “aberranti” le ipotesi di manovre di uscita di scena di Berlusconi “per via giudiziaria” ?

Dal tenore della lettera di Giorgio Napolitano emerge evidente la preoccupazione di tenere conto “del punto di vista” della coalizione che, come sottolinea,  ha raccolto il 29% dei consensi elettorali. Però i parlamentari  che lui ha ricevuto al Quirinale erano Alfano, Gasparri e Cicchitto, quello dei “medici nazisti” e dei “magistrati stalinisti” che, se non sbaglio, rappresentano un solo partito, il  Pdl che ha perso 6 milioni di voti e che alla camera ha ottenuto il 21,6%. Se Giorgio Napolitano sente giustamente la responsabilità di rappresentare tutti gli elettori, dovrebbe avere la sensibilità istituzionale di fare proprie anche le istanze dei cittadini che non hanno votato per un partito che aveva come capolista per il Senato in tutta Italia un imputato di reati gravissimi, con un calendadario fittissimo di udienze all’indomani del voto, a causa di tutte quelle rinviate per “legittimo impedimento” suo e dei molto onorevoli difensori in campagna elettorale.

La delegazione pidiellina che Napolitano ha ricevuto, e che si può pacificamente ritenere rappresenti esclusivamente il popolo identificabile con “per fortuna che Silvio c’è”,  aveva scompostamente e ripetutamente caldeggiato “provvedimenti punitivi” per i magistrati  e “un aventino” sine die per paralizzare i lavori parlamentari. Dalla becera adunata sediziosa il Pdl-protesi dell’imputato asserragliato al San Raffaele ha probabilmente ottenuto molto più di quello che poteva sperare. E’ stato rimesso in gioco a livello istituzionale “grazie” ad un’azione dimostrativa di natura eversiva, che è prova della sua inesistenza politica e delle sue capacità ricattatorie  nei confronti di un garante della Costituzione quantomeno un po’ strabico.

Se Napolitano volesse essere così attento alla volontà degli elettori non potrebbe non registrare che il primo partito alla Camera è in termini percentuali il M5S che per bocca del capogruppo Crimi, nel rispetto della legalità,  si è espresso a favore dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi e di una eventuale autorizzazione alla custodia cautelare  per la compravendita dei senatori.  

Continuare dall’alto del Colle ad ignorare o demonizzare gli elettori che hanno come riferimento la Costituzione ed avversano il conflitto di interessi a favore di quelli che credono o fingono di credere che Berlusconi sia vittima della più grande persecuzione giudiziaria della storia perché  promette di restituirgli l’Imu con gli interessi, non aiuta molto l’Italia a superare il suo  stato perenne di “povero paese”.

La raccolta delle firme per Berlusconi ineleggibile sta toccando quota 200mila e alla adunata di piazza del 23 marzo del Pdl per replicare “il successo” di lunedì scorso al palazzo di Giustizia di Milano bisogna rispondere con lo spirito dei principi costituzionali e dello stato di diritto.

Se il nome del nuovo capo dello Stato fosse garanzia di meno moral suasion, con annesse contorte applicazioni, e di più Costituzione tout court, forse potremmo sperare di non assistere più a simili spettacoli di tragicomica degenerazione democratica.