“Fratelli d’Italia”. Intonata in gruppo. Alla fine di una marcia. Senza essere né bersaglieri né lagunari; e nemmeno reparti speciali dei carabinieri al cospetto del capo dello Stato alla sfilata del 2 giugno. Senza essere cadetti di Modena o della Nunziatella, che manifestano con l’inno e con la mano al petto l’amore per la propria divisa e le proprie scelte di vita. “Siam pronti alla morte”. Non momento solenne di commozione per tributare l’ultimo saluto ai caduti per la patria e per lo Stato. E nemmeno momento di festa di commissari di polizia in partenza per le loro prime postazioni di servizio. “Fratelli d’Italia”, ancora. Non romantica idea di paese, rivendicata da donne e uomini che si sentono uno stesso popolo dalla Lombardia alla Sicilia e che riaffermano la propria fratellanza 150 anni dopo la nascita dell’Italia unita. “Dov’è la vittoria”, infine. Pure quello falso.

Nulla a che fare con l’inno cantato con l’adrenalina in corpo dai calciatori azzurri a una semifinale dei Mondiali, nello sventolio di tricolori che emoziona gli italiani di ogni fede e ceto. Il gruppo che canta stentoreo e minaccioso viene da un mondo surreale, da operetta. Il mondo vero si è liquefatto come per incanto davanti a un palazzo accusato di amministrare la giustizia in nome della Costituzione, la stessa Costituzione che stabilisce che la nostra bandiera è il tricolore. Colpevole – il palazzo incriminato – di volere affermare un principio cardine della giustizia repubblicana: la legge è uguale per tutti. È per contestare quel principio che un nugolo di privilegiati al servizio dell’imputato più potente d’Italia ha marciato per le vie del centro di Milano e si è presentato davanti al tribunale. Si sono schierati con la mano sul petto per contestare i magistrati che quell’imputato ha già definito “una mafia peggiore della mafia siciliana” e “uguali ai brigatisti”, trattando da fuorilegge la legge, materia estranea alla Repubblica delle sue utopie. “Fratelli d’Italia” per dire “noi che siamo i suoi fedelissimi dalle Alpi al Lilibeo”. “Siam pronti alla morte” per dire che non baderemo né a metodi né a mezzi affinché quel turpe principio dell’uguaglianza non venga applicato al proprio padrone.

Le truppe del privilegio, una spianata di cellulari e di labbra siliconate al posto delle medaglie conquistate in battaglia, non hanno nemmeno idea dell’abominio che stanno consumando, con quella fantasia di scagliare l’inno della Repubblica contro la Costituzione della Repubblica. Di usare le note che accompagnano i grandi sacrifici individuali e i grandi dolori collettivi per assicurare la più spudorata delle immunità al Potente per antonomasia. Per loro, l’inno è un abito tarocco con cui adornare il corpo dell’anti-Italia. Una bacchetta magica per trasformare il disprezzo delle istituzioni nel suo contrario.

Sono lì a gridare che è stata passata la misura, che il loro capo ha un diritto naturale a sottrarsi ai rigori della legge. Diritto a farsi fare lodi, leggi, certificati medici, editoriali, se necessario anche una marcia su un palazzo di giustizia pur di non rispondere delle proprie condotte. Giurano di essere “pronti alla morte”. Eroici. Come hanno dimostrato per decenni, combattendo valorosamente nei loro collegi la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, dando l’allarme nelle pianure del nord, girando come ossessi tutte le sere per sensibilizzare elettori e amministrazioni locali sul pericolo che i clan in armi si mangino pezzo a pezzo la Repubblica. “Siam pronti alla morte”, come hanno dimostrato rischiando da leoni posti e prebende, in prima fila contro ogni corruzione e compromesso. “Fratelli d’Italia”. Proprio come non cantano quando, pur di restare assisi nei loro scranni, si uniscono con la mano sul petto a chi la bandiera tricolore esorta pubblicamente a buttarla nel cesso. Che spettacolo che abbiamo visto. E al di là, se possibile, dell’eversione: che squallore estetico. Per favore, ridateci i combattenti, i reduci e le bandiere d’arma. Con qualche gonfalone partigiano.

il Fatto Quotidiano, 14 Marzo 2013