Affidare la scelta degli artisti che partecipano ad una determinata rassegna ad un artista di livello è una politica assolutamente intelligente e che da anni produce buoni frutti. Quasi superfluo suggerire come la line-up allestita dalla persona giusta o da una band di spessore possa godere di un valore aggiunto, una coerenza ed uno stile riconoscibile nonché come possa investire i prescelti di una sorta di ulteriore responsabilizzazione derivante da tale precisa opzione. Un esempio su tutti è certamente offerto a livello internazionale dall’All Tomorrow’s Parties, il festival nato in Terra d’Albione che ogni anno viene curato dalle più importanti band dell’orbe terracqueo (quest’anno, per la cronaca, TV On The Radio e Deerhunter). In una dimensione certamente differente, più modesta ma pregna di qualità e dall’altissimo peso specifico, non fa eccezione Transmissions, in quel di Ravenna, giunto quest’anno alla sua sesta edizione. Nel segno della continuità, si potrebbe dire, dal momento che se nel 2012 la guida è stata affidata a Stephen O’Malley, quest’anno in cabina di regia siede Daniel O’Sullivan che è al fianco di O’Malley negli AEthenor.

Si comincia giovedì 14 marzo al Teatro Rasi con il grande compositore minimalista newyorkese Charlemagne Palestine, un grande vecchio che ha fatto letteralmente la storia in quell’ambito nei Settanta e che ha poi proseguito in anni più recenti collaborando con artisti del calibro di Pan Sonic, Michael Gira, Tony Conrad e molti altri. Altro nome di spessore è Robert Aiki Aubrey Lowe, noto soprattutto per i suoi lavori su Kranky a nome Lichens ma anche per la sua militanza in una band che qualcuno di voi certo ricorderà – ultima fase math/post-rock – come i 90 Day Men. Con il proprio (lunghissimo) nome di battesimo ha di recente realizzato un disco assai pregevole, intitolato Timon Irnok Manta, su Type: due lunghi brani, due versioni dello stesso, la prima una sorta di trip in crescendo da corriere cosmico del nuovo millennio, da sballo, l’altra una version più dub e un po’ meno degna di nota.

Alla Galleria Mirada, nel pomeriggio di venerdì 15 è tempo di una chiacchierata con Charlemagne Palestine a cura di Frances Morgan di The Wire, la celebre rivista inglese. Al termine verrà inaugurata la mostra in cui espongono alcuni dei musicisti presenti a Transmissions. In serata, all’Almagià, il curatore della rassegna si esibirà insieme al già citato O’Malley e soci degli AEthenor: l’artefice di progetti come  Sunn o))) e KTL, anche alla luce del consenso che stanno mietendo in territori contigui Raime, The Haxan Cloak e compagnia, si sta rivelando da tempo uno degli artisti più influenti di questi ultimi anni. Dalle lande desolate degli AEthenor ai fiordi norvegesi il passo è breve: ed ecco allora che sarà anche il turno del duo composto dal chitarrista Stian Westerhus e dalla cantante Sidsel Endresen, autori nel 2012 di un disco dalle tendenze improvvisative su Rune Grammofon. Dj set di Marco Samorè e aftershow con Godblesscomputers.

Sabato 16 il festival itinerante ci conduce al Bronson, laddove vi saranno quei Julie’s Haircut che hanno appena sfornato una bella cover di Who Is He and What Is He to You di Bill Whiters sullo split single Downtown Love Tragedies in condivisione con i Cut. O’Sullivan è il filo conduttore di Transmissions VI e si esibirà anche nel corso di questa serata ma stavolta con le sembianze psichedeliche di Grumbling Fur, insieme ad un altro partner d’eccezione quale è Alexander Tucker, autore di uno dei più bei dischi della scorsa stagione, Third Mouth. Il barbuto Daniel Higgs è stato invece voce dei Lungfish nel corso dei Novanta, epoca in cui la Dischord scodellava dischi memorabili a ripetizione. Si è prodigato nel decennio successivo in una serie di lavori solisti piuttosto personali e bizzarri sino ad approdare al microfono degli ottimi svedesi Skull Defekts, giro Thrill Jockey (ascoltate Peer Amid). I finlandesi Pharaoh Overlord avranno un guest d’assoluta eccezione come Charles Hayward, già membro di una delle più importanti band d’ogni tempo, quei pionieristici This Heat che costituirono una delle più fulgide, originali, emblematiche e per certi versi ancora insuperate espressioni del post-punk inglese.

Domenica 17 marzo, l’ultima giornata di festival, prende avvio verso le 18 all’Almagià. Tra i protagonisti ancora il grande Charles Hayward, in solo stavolta, e poi un’altra delle creature di Daniel O’Sullivan, Mothlite, insieme a Mr. Todd ovvero Ian Johnstone. Per finire un altro artista di assoluto rispetto come Phil Minton: ho già avuto la fortuna di vederlo una decina d’anni fa con 4Walls ed ora si presenta con il progetto aperto e partecipativo denominato Feral Choir che nasce da workshop vocali per non professionisti. Il coro “ferino” diretto da Minton, che si fonda sull’emissione libera della voce umana, prenderà forma durante tre giorni di laboratorio ed applicando una formula già sperimentata in vari angoli del pianeta.