La drammatica situazione che vive il nostro Paese, con una situazione post voto che certamente non aiuta, è molto distante da quella dei “ristoranti pieni” tracciata pochi anni fa dall’ex premier Berlusconi. La crisi è forte, morde e terrorizza. Chiudono le saracinesche dei negozi, falliscono le imprese, gli emigrati meridionali ritornano a casa, i suicidi dei disoccupati non fanno più notizia. Tra i vari dati che ci segnalano il declino italiano, ce n’è uno che spesso viene sottovalutato, quello relativo ai Neet (acronimo di”Not in Education, Employment or Training”): secondo l’Istat, nel 2011 in Italia i Neet tra i 15 e i 29 anni erano il 22,7 per cento (circa 2 milioni in termini assoluti). La situazione peggiore è quella della Sicilia, con ben il 35,7 per cento di Neet, contro una media europea del 15,4. In sostanza un under 30 su quattro in Italia (uno su tre in Sicilia) ha alzato le braccia in segno di resa. E’ l’apice di un sentimento sempre più diffuso di rassegnazione: non si studia perché non serve, non si cerca lavoro perché tanto non lo si trova. Reputo che sia questo uno dei temi su cui si dovrebbe concentrare l’azione politica e più in generale la classe dirigente italiana. Ma, invece e purtroppo, si parla d’altro.

In questi giorni, gira per l’Italia il film dell’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott“Girlfriend in a Coma”, fotografia del declino a cui il nostro Paese anno dopo anno non è stato in grado di sottrarsi. Declino oltre che economico, anche culturale e sociale. Tante sono le responsabilità di questo declino, non solo politiche: spesso ci si dimentica di come la società civile italiana in questi anni non abbia saputo svolgere quel ruolo di sentinella della qualità della nostra democrazia. In questo quadro, le recenti elezioni sembrano essere state una sorta di accanimento terapeutico: piuttosto che curare i mali, rischiano di prolungare l’agonia.

Per questo, la mia speranza è che, nel coma profondo, si riesca a trovare la luce, e forse il risveglio, indipendentemente dagli esiti elettorali. Non è facile, ma lo si può fare, partendo proprio da quella società che è stata per troppo tempo in attesa messianica di una svolta politica, anziché protagonista e artefice del cambiamento. Lo si può fare e c’è chi già lo fa, come le ragazze e i ragazzi di Rena(Rete per l’eccellenza nazionale), associazione indipendente che da qualche anno promuove una summer school a Matera sulla partecipazione e il buon governo e interessanti progetti che hanno l’obiettivo di fare dell’Italia un Paese “a regola d’ARTE” (acronimo di “aperto, responsabile, trasparente ed equilibrato”). Proprio in questi giorni si è concluso il loro ultimo progetto “A caccia di pionieri”, che mira a costruire una sorta di mappa delle realtà innovative presenti sul territorio: da Torino a Palermo, passando per Bari, Bologna, Roma, Milano. Si tratta appunto dei “pionieri”, di quelle organizzazioni (imprese, cooperative, associazioni, network) che si nutrono di intelligenza collettiva, portando innovazione e cambiamento attraverso metodi nuovi di fare le cose. Soggetti collettivi, composti da giovani, che interpretano il cambiamento come una sfida etica nei settori della qualità della democrazia, dell’innovazione e della formazione.

La caccia ai pionieri si è conclusa da poche ore – con l’adesione di 120 realtà- che parteciperanno a un concorso. Il premio non sarà monetario, ma la pubblicazione delle 10 storie più significative in un e-book edito da La Stampa. 

L’intento, dunque, è di mettere a confronto esperienze diverse e raccontare un’Italia diversa, che non vuole rassegnarsi al declino, che ha il coraggio di mettersi in gioco. E che è pronta a suonare la sveglia al resto del Paese.