Le elezioni politiche dell’Italia 2013 non ci hanno solo insegnato che si può arrivare primi senza vincere. C’è un esito ancor più paradossale, forse ancor meno prevedibile: le elezioni si possono perdere anche senza candidarsi. Succede a chi, attribuendosi funzioni salvifiche derivanti da una grande convinzione nelle proprie ragioni (e, spesso, da una discreta autostima), si sente costretto a violare i confini della deontologia al fine di perseguire il raggiungimento di un obiettivo politico. In sostanza è l’accusa che la scorsa estate Luciano Violante rivolse al Fatto Quotidiano quando osò descrivere, con rigore logico e persino in lingua italiana, le relazioni pericolose tra l’indagato (poi imputato) Nicola Mancino e il Quirinale. Accusa infondata che oggi si sta ritorcendo contro chi, direttamente o indirettamente, la lanciò.

A pensarci bene, oltre agli sconfitti nelle urne, chi sono i veri perdenti? Scrutando meglio l’orizzonte tre sono le sagome che s’intravedono: Eugenio ScalfariMassimo D’Alema e Giorgio Napolitano.
Il primo ha impiegato la sua prestigiosa firma, il “suo” giornale e le sue residue energie in una guerra senza quartiere a Beppe Grillo e a quella misteriosa creatura che il fondatore di Repubblica (in buona compagnia) da anni chiama “antipolitica”.
Il secondo, dopo una lunga e non meno prestigiosa carriera che 7 anni fa lo portò ad un passo dal Colle, si è visto costretto a seguire l’esempio del gemello diverso, Walter Veltroni, annunciando la “sua” volontà di non ricandidarsi. Prenotando in cambio un posto (mancato?) da ministro, dicono i ben informati.
Il terzo, primario ideatore e garante del governo traghettatore, ha visto sfumare l’impresa di un Caronte bis. E, con essa, il premio Nobel per la quadratura del cerchio.

Nessuno di loro era candidato alle elezioni, eppure tutti e tre sono riusciti nell’impresa di perdere la più insulsa tra le recenti campagne elettorali. Forse ai tre grandi timonieri della sinistra italiana sarebbe bastato leggere con attenzione ‘La manomissione delle parole, scritto pochi anni fa dallo scrittore-senatore Pd Gianrico Carofiglio, per evitare il naufragio. Invece hanno preferito condividere, affermare e ribadire ossessivamente i mantra di una presunta saggezza riformista: l’invocazione di “riforme serie” senza dire esattamente come e cosa riformare (separare le carriere dei magistrati è certamente una riforma, ma auspicabile?); l’invocazione preventiva di un accordo Pd-Monti-Casini, nonostante la non voluta candidatura di Monti e le bastonate al Pd dei tecnocristiani; l’invocazione di una Terza Repubblica più responsabile mentre, irresponsabilmente, i parlamentari uscenti conservavano stile, prebende e persino legge elettorale della Seconda.

Si avvicinano le Idi di marzo. Da giorni cresce il numero dei cittadini italiani che vorrebbero sancita l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi. Cari riformisti, sebbene sia ormai dimostrato che la responsabilità paga – Scilipoti e Razzi sono (ancora) lì a dimostrarlo -, date a noi “populisti giuridici” almeno la magra consolazione di ascoltare un Piccolo Cesare morente rivolgersi in latino ad un ex compagno: Tu quoque, Max, fili mi.