Tireranno fuori canzoni mai suonate dal vivo, quelle che li hanno resi delle rock star e altre ancora che live non le propongono più da anni. Anche se la scaletta di questo Negrita Unplugged 2013 che tocca i teatri e gli auditorium di tutta Italia è top secret, un po’ di soffiate sono arrivate.

Il primo tour acustico della band toscana è iniziato lo scorso 14 febbraio nel teatrino di Chiari (Pu), chiuderà il 7 aprile al teatro degli Arcimboldi a Milano, passando anche dall’auditorium Manzoni di Bologna venerdì 15 marzo. Trentatre le date, e più della metà già sold out, tra cui anche quella bolognese.

Dopo il successo di Dannato Vivere (2012), il loro ottavo album in studio, la tournèe in unplugged raduna i fan più ricercati, quelli più accaniti, gli amanti delle atmosfere più garbate, e i curiosi di vedere la band scassa timpani in versione solo suono e voce. Ma non è proprio la prima volta che i Negrita staccano il jack dell’amplificatore. Erano i primi anni ‘90 infatti quando la storica formazione Mac, Pau e Drigo, che si chiamavano Negrita Blues Lovers,  muovevano i primi passi davanti al pubblico del club senese Al Cambio, proprio in versione acustica.

Abituati a far saltare interi palasport con toni alti e tanti salti su e giù Pau, Mac e Drigo a cui per l’occasione si aggiungono Cristiamo “Cris” della Pellegrina (percussioni, batteria, basso) e Guglielmo Ridolfo Gagliano “Ghando” (pianoforte, tastiere, violoncello e basso) questa volta restano seduti per oltre due ore, il tempo di cantare più di 20 canzoni in versione acustica e semiacustica, con arrangiamenti totalmente nuovi, e colori mai usati prima. Se Dannato vivere era stato etichettato come il lavoro più esistenziale, più maturo, quello scritto pensando ai figli, questo show dà sfoggio alla maturità artistica, oltre che anagrafica, e al coraggio della band.

“I nostri colleghi sono quasi tutti a casa per paura di fare dei flop clamorosi –scrive Pau su Facebook-; perché il rischio c’è davvero! Ma molti non ci hanno ancora capito. Non capiscono come siamo, come ragioniamo, non hanno capito che è proprio in tempo di crisi che le maschere cadono, che chi parla direttamente e racconta la vita vera non deve temere niente! Ma viviamo in un mondo plastificato e troppi fanno fatica ad uscirne”.

Suono caldo delle chitarre acustiche, equilibrio delicato-dosato-controllato degli arrangiamenti, freschezza compositiva, un gioco di pieni e vuoti dove l’ascolto prende il posto del salto, e lascia spazio anche al silenzio, grande new entry nei meeting elettrici della band.

Seduti sul palco i Negrita danno prova di essere 5 abili polistrumentisti che si cercano per un sorriso compiaciuto, che si comunicano una modifica al volo, che improvvisano guardando e parlando alla loro platea senza urlare. Lo smalto resta sempre lo stesso solo che a guadagnarci sono voci e melodia.

“Eravamo già in sala di registrazione a pensare ai nuovi pezzi –continua il cantante-, quando è venuta fuori l’idea dell’acustico. In 5 minuti, ancora prima di calcolare se sarebbero stati in grado di farlo bene, avevano già deciso che era sì. Che ci volete fare? siamo fatti così, dei temerari! Prima le belle idee poi i problemi. Poi sono aumentate le date a dismisura, sono arrivati i primi sold out, poi siamo partiti e oggi sta funzionando”.

Tre mesi di lavoro per sgranchire una Martin o una Gibson degli anni ’50 e preparare un set che stacca la spina ai brani divenuti famosi proprio per la loro elettricità, scelti tra quelli di un repertorio ventennale. Chi ha assistito allo show ha spifferato un’apertura con Bonanza (Negrita, 1994), un restyling di Luna mai suonata live se non durante il tour dell’album (Radio Zombie, 2001), della rara Ululallaluna (HELLdorado, 2008), la prima ballata Lontani dal mondo (Negrita), le mitiche Magnolia, Rotolando verso sud, Ho imparato a sognare, Dannato vivere, Gioia Infinita fino all’epilogo con Mama maè. A questo punto, finalmente, ci si può alzare dalle poltroncine anche se, security permettendo, molti non hanno resistito e sono giù corsi sotto il palco da un bel po’ di tempo.

di Elisa Ravaglia