Santa Karin dei pendolari

di Moreno M.

Prologo

Il 27 settembre 1825 la nuvola di vapore prodotta dalla Locomotion non fu sufficiente a nascondere il sorriso dell’ingegnere meccanico George Stephenson che impiegò poco più di ventitre minuti per compiere i quindici chilometri che separavano Stockton on Tees dalla città di Darlington. Compagni dello Stephenson, nel primo viaggio ferroviario commerciale che si ricordi, alcuni passeggeri di “seconda classe”, stipati in piedi nei vagoni adibiti al trasporto di carbone e farina, e un gruppo di notabili della zona, comodamente seduti all’interno dell’Experiment, madre di tutte le (future) carrozze. Nell’entusiastico articolo di fondo redatto da Sir William Sparaballs, direttore del Darlington Post, venne citato, fra i viaggiatori infarinati, anche un italiano, tale Ernesto Ribolini, di professione pendolare (professione concepita dal Ribolini contestualmente alla locomotiva dello Stephenson). L’eccitato articolo si concludeva con il seguente auspicio:

“Una nuova epoca, all’insegna di grandi spostamenti, dello scambio illimitato di uomini e cose, di fantastiche scoperte, attende l’umanità. Un’epoca che vedrà milioni di persone, anzi di passeggeri, sospinti dalla forza di possenti locomotrici, raggiungere le più recondite località di questo nostro piccolo, se non minuscolo, pianeta.”

Capitolo uno 

Superato l’acquedotto mancano poco più di cento metri all’ingresso nella stazione di Molebuscate.

Lenti a contatto incollate al vetro, metà unto metà appannato, del finestrino del treno.

Nebbia assoluta.

Non mi curo della visibilità prossima allo zero e scruto l’orizzonte ferroviario, come una piccola vedetta astigmatica, indirizzando lo sguardo da falco sulle persone in attesa lungo la banchina del secondo binario.

Placido, seduto su una delle panchine in pietra ricoperte da graffiti, dovrei trovare il deretano extra large di Piergiuorgio.

Collo allungato all’apertura porte per superare il berretto con pompon rosa del ragazzo africano che mi siede di fronte ostacolando la visione dei passeggeri che salgono.

“Piergiuorgio, Piergiuorgio.” alzo la mano destra, l’indice puntato verso l’alto, per richiamare l’amico appena avvistato.

Piergiuorgiosi muove verso di me avanzando a fatica lungo il corridoio del vagone: il suo giubbotto nero imbottito si comprime ad ogni contatto con le file di panche in legno che ospitano al momento ancora pochi passeggeri.

Mi raggiunge ansimando.

Una goccia di sudore, mista al gel che gli annega i capelli, scende in mezzo alla fronte per scomparire all’ingresso della foresta nera sopraccigliare, in prossimità del terzo occhio yogico.

“Ciao Filippo.” mi saluta controllando a stento l’attacco d’asma che potrebbe stroncarlo.

“Buongiorno caro Pier. Prego, se vuoi ti puoi accomodare.”

L’amico si siede a fianco del senegalese, la pressione della cicciomassa fa vibrare la panca e il pompon rosa dell’africano.

“Oh, che bello, un posto a sedere senza fatica.” commenta Piergiuorgio in fase di rilassamento.

“Sfido io, siamo sul locale delle 6 e 32. Stamattina Irma, la radiosveglia, dopo aver suonato, mi ha promesso che a un’ora simile non lo avrebbe fatto mai più. Non credevo, ma pure le radiosveglie hanno un cuore.”

“Dai Filippo, non farmela pesare. Oggi ho il turno che inizia alle sette e mezzo, dovevo per forza di cose prendere questo treno. Ti ho chiesto un piccolo favore, alzarti prima del solito, è da ieri che sento dei brividi di eccitazione, sapessi quello che mi è capitato, o mio Dio, a ripensarci mi si accappotta la pelle…”

“… chissà quale mirabolante novità hai da svelare?!” con sarcasmo interrompo il discorso sgrammaticato di Pier.

“Mira… cosa?”

“Mirabolante. Vuole dire straordinaria.”

“Si, si, straordinaria, proprio straordinaria.”

“La Giornalaia?” domanda retorica la mia.

Escluse le vittorie della Juve (reduce da un pareggio in casa con la Pro Camaldoli) l’unico argomento di discussione di Piergiuorgio è l’universo femminile, negli ultimi dodici mesi riassumibile nell’accogliente quarta di reggiseno dell’edicolante della stazione di Molebuscate.

“La Giornalaia! Non puoi indovinare cosa è successo ieri mattina quando le ho chiesto una copia della Gazzetta!?”

“Spero che sia qualcosa di realmente inimmaginabile, una notizia che giustifichi i sensi di colpa della mia radiosveglia. Ieri mattina…?”

“… le chiedo la Gazza, lei mi si avvicina e si aggiusta la camicetta scollata di seta bianca, poi si sporge dal banco, mi da il giornale e intanto mi mostra un reggiseno a balconcino, un reggiseno molto sessuale fatto col pizzo, che contiene a malapena metà di tutto il ben di Dio che ha, e mi dice: per caso non le interessa l’ultimo numero di Famiglia Cristiana?”

“Scusa Pier, ma a gennaio la tua giornalaia preferita indossa solo camicette di seta semiaperte?”

“L’edicola è dentro la stazione, non ricordi? E poi si scalda con una stufetta elettrica che tiene a fianco.”

“Ah, capisco. Però, per quanto bello sia il panorama esibito, di mirabolante ci vedo ben poco.”

“Fammi finire. Mi chiede se voglio Famiglia Cristiana e prima della mia risposta mi legge il titolo: –Intervista esclusiva al Cardinale Tettaroli -. Hai capito?”

“No. E’ così sconvolgente questa intervista?”

“Il cardinale non c’entra. La Giornalaia mi mostra il giornale, da una scrollata alle poppe e mi ripete, piano piano, il titolo: – In-ter-vi-sta e-sclu-si-va al Car-di-na-le TETTA ro-li.”

“Sei un povero pervertito, Piergiuorgio.”

“Ma no, ti giuro che quel TETTA non era mica buttato lì a caso.”

L’africano tenta di nascondere l’imbarazzo.

Fatica sprecata: il suo pompon, da rosa iniziale, è divenuto arancione.

“Non lo metto in dubbio.” l’espressione del mio viso in contrasto con la frase pronunciata.

“Se solo vedevi lo sguardo malizioso che mi ha lanciato!” Piergiuorgio vuole portarmi dalla sua parte.

“Purtroppo non l’ho visto. Che sguardo era?”

“Hai presente le pubblicità dei telefoni erotici? Quelle ragazze mezze nude che ti sorridono e intanto si accarezzano le mammellone per invitarti a chiamarle? Ecco, la giornalaia sembrava proprio una di loro.”

(pompon rosso vermiglio)

“Bel complimento che le fai, Piergiuorgio. Un amore romantico il tuo. E Famiglia Cristiana? Scommetto che non hai potuto rifiutare la proposta di acquisto?”

“E’ vero, lo ammetto, ho comprato il giornale.”

“E stamattina cosa ti ha rifilato?”

“Niente, il martedì è di turno il marito.”

“Sei sicuro? Non è che quel cervo d’inverno del marito ha fiutato il rischio corna e ha rinchiuso la moglie in cassaforte?”

“Non pigliarmi per il culo Filippo. Sono certo di avere fatto colpo su di lei.”

“Ti sei giocato quel piccolo cervellino che madre natura ti aveva ingenerosamente donato, povero e innocente Piergiuorgio.”

“La tua è solo invidia. Poi parli proprio tu che da questa estate pensi solo alla verginella norvegese. Ma Loredana lo sa della verginella norvegese?”

“Non è una verginella norvegese.”

“Hai ragione. É norvegese e basta.”

Il senegalese volta il viso verso il finestrino: il pompon è granata.

“Piantala. Loredana non sa nulla perché non c’è nulla da sapere. A ottobre ci si sposa. Te lo ricordi, caro il mio futuro testimone di nozze?”

“Sarà, ma io prima di comprare il vestito per il tuo matrimonio aspetto di vedere come va a finire con la verg… con la norvegese.”

“Scusa Piergiuorgio, tutta questa preoccupazione per la mia vita di coppia, per il futuro del mio matrimonio, ti è forse venuta leggendo l’ultimo numero di Famiglia Cristiana?”

L’immigrato si tappa le orecchie con le mani, chiude gli occhi e china la testa.

Mentre abbassa il capo il pompon si stacca dal cappello rotolando sul pavimento della carrozza: da granata si è trasformato, nel frattempo, in viola penitenza.

Quarta di copertina

Dopo sedici anni di castissimo fidanzamento Filippo Rebosio, ventottenne smidollato e rachitico impiegato contabile, trova l’inaspettato coraggio di proporre alla propria fidanzata, Loredana Villini, di convolare a ingiuste nozze.

Il coronamento di una così lunga e non consumata storia d’amore viene messo in dubbio dall’imprevista comparsa di Karin, una sorta di dea norvegese, creatura paradisiaca, fanciulla bionda dai capelli a caschetto, gli occhi smeraldo ad alta penetrazione sentimentale, esempio vivente di santità discesa sulla terra (un’aureola a circondarle il viso perfetto).

La ragazza appare a Filippo in un caldo pomeriggio estivo, su un vagone semideserto di seconda classe che riporta il ragazzo a casa, nella ridente località di Scapperete sul Serio.

È sempre sul treno che Filippo incontra quotidianamente personaggi surreali e stravaganti: dalla Finta Gravida alla Giudicatrice, dalla paranoica Antonella al rubicondo sindacalista Tino, dal ciccioamico Piergiuorgio al Pendolare Ad Honorem Ernesto Ribolini, un ometto protagonista del primo viaggio commerciale che si ricordi (1825, a bordo della Locomotion), tuttora vivo e vegeto, ultrabicentenario, che di solito intrattiene Filippo narrandogli le proprie inverosimili avventure ferroviarie.

Nelle settimane che precedono il matrimonio, il dubbio di Filippo (un’unione tranquilla sotto le ali della rassicurante ma perfettina Loredana o un’improbabile storia passionale con Karin) cresce sempre più, al punto da rodergli lo stomaco già gastritico di suo.

Il dubbio verrà sciolto con la comparsa sulla scena dell’ultima coppia di strane creature incontrate dal giovane alla stazione: i nano gemelli rapper Hip ed Hop

 

L’autore

Moreno M. scrive racconti, battute umoristiche sul blog: puronanovergine.blogspot.com

Ha pubblicato piccoli contributi su EMME, inserto satirico di Staino per l’Unità e su Spinoza.it

moreno9000@alice.it

Leggi gli altri manoscritti