Tutti anelano al dialogo tra M5S e Pd. Ma Grillo quel dialogo lo ha già aperto, chiedendo a Bersani che il Pd, come il M5S, rinunci ai rimborsi elettorali (oltretutto fuori legge: un referendum aveva abrogato ogni finanziamento ai partiti). Del resto, la stessa richiesta a Bersani l’aveva rivolta anche Renzi. E’ Bersani, purtroppo, che non risponde, e con lui tutto lo stato maggiore del Pd (quanto a Sel e Vendola, si sono perse perfino le tracce).

Nel frattempo circolano sempre più frequenti gli agghiaccianti boatos secondo cui il vero candidato di Berlusconi al Quirinale non sarebbe affatto Gianni Letta ma Massimo D’Alema (del resto tempo fa il putiniano di Arcore aveva annunciato in proposito una “sorpresa”).

Insomma: chiedere a Grillo di aprire a Bersani è privo di senso, anche quando viene fatto con le migliori intenzioni da persone e personalità certamente disinteressate. Grillo e Casaleggio hanno infatti reiterato a sufficienza che il M5S non appoggerà alcun governo scelto “dai partiti” (fosse anche corretto con “indipendenti” ineccepibili), e ogni sollecitazione in questa direzione non può che apparire un tentativo di creare divisioni pro-Pd all’interno del movimento. E’ molto sensato, piuttosto, ma stranamente non viene fatto da nessuno, chiedere a Bersani di aprire al M5S, in modo unilaterale e senza chiedere nulla in cambio, neppure per sottointesi, sia chiaro, ma proprio e assolutamente “gratis et amore Dei”.

So già che molti nella “sinistra” ufficiale si stracceranno le vesti, considerando punitiva verso il Pd la pretesa da me avanzata. Perché dovrebbe “cedere” Bersani, anziché Grillo? La dose minima di Realpolitik risponde: perché è Bersani, e non Grillo, a trovarsi in un “cul de sac” e tenere di conseguenza nella paralisi l’intero paese. Semmai, è purtroppo possibile che perfino un’apertura unilaterale e senza contropartite del Pd al M5S suoni a Grillo e Casaleggio infida, e per eccesso di sospettosità venga rifiutata aprioristicamente, malgrado le due “aperture” non siano affatto speculari.

Di che cosa potrebbe/dovrebbe trattarsi?

Il Pd, già quando si chiamava Pci, sosteneva che fosse giusto sul piano istituzionale affidare la presidenza di una delle due camere all’opposizione. E continua ad avanzare questo progetto, esigendo però che il M5S, cui dovrebbe andare, accetti una trattativa sui due nomi. In tal modo vanifica il progetto stesso, visto il rifiuto ad ogni pourparler da parte di Grillo e Casaleggio. Il Pd dovrebbe/potrebbe, invece, se la scelta di una presidenza alle opposizioni non è strumentale ma nasce da convinzione istituzionale, dichiarare che al Senato porterà i suoi voti sul candidato del M5S, senza chiedere nulla in cambio e per puro senso dello Stato, consegnandone la seconda carica (il presidente del Senato sostituisce quello della Repubblica se assente o in impedimento) ai veri vincitori delle elezioni.

Di nuovo, so che molti nel centrosinistra si stracceranno le vesti, di fronte alla richiesta di un tale inaudito “sacrificio”. Ma se si crede davvero che una presidenza debba andare alle opposizioni, e se l’opposizione non vuole trattare su ambedue, i numeri dicono che solo il Senato può essere affidato al M5S, con un gesto unilaterale e senza contropartite, visto che solo alla Camera il Pd può eleggere il suo senza nessun apporto.

Insomma, una presidenza M5S al Senato sarebbe giusta sia per segnalare il senso più profondo del risultato elettorale, sia in coerenza con quanto il Pd (fin dai tempi del Pci) ha teorizzato, sia per “responsabilizzare” istituzionalmente, senza trappole o sospetti di trappole, il movimento di Grillo e Casaleggio. E’ possibile che i due leader considerino anche questo un “regalo avvelenato”, un’esca con cui finirebbero omologati, ma darebbero in tal modo la netta sensazione di non avere fiducia in se stessi.

E’ dunque possibile, perciò, che forti della seconda carica dello Stato continuerebbero a dire di no al tentativo Bersani e a ogni governo con una qualsiasi presenza partitica, ma potrebbero poi sentirsi talmente forti da avanzare al Capo dello Sato, dopo il fallimento certo di Bersani, un loro “programma in 8 punti” alternativo, che riassuma quello del movimento (cominciando dall’abrogazione del finanziamento e della Tav, invise a Bersani ma non agli elettori Pd), e un loro nome di altissimo profilo fuori dei partiti per realizzarlo. Non un governo del Presidente ma un governo extra-partiti (dell’Antipolitica, direbbe Scalfari: in realtà dell’Altrapolitica) presieduto da un nome scelto da Grillo e Casaleggio. Mettendo loro il Pd con le spalle al muro, poiché sarebbe Bersani (e Renzi e l’intero centro-sinistra) a decidere se dire sì o no a un nome di “chiara fama” e a un programma di autentico rinnovamento (non la minestrina proposta da Bersani), e rifiutandolo assumersi la responsabilità della ingovernabilità e del ritorno alle urne (con il Porcellum!).

Affidare la presidenza del Senato a un candidato di Grillo e Casaleggio sarebbe insomma razionale, sarebbe equanime, sarebbe vantaggioso per il paese, sarebbe coerente con quanto predicato un tempo dal centrosinistra. Ma sono quasi certo che il centrosinistra si guarderà bene dal fare questa “mossa del cavallo” necessaria per far vincere il famoso “interesse generale”, sempre invocato ma mai perseguito davvero. Temo che tra il senso delle istituzioni, che la suggerirebbe, e l’attaccamento alle poltrone, vincerà quest’ultimo, fornendo al M5S un argomento di più, anziché uno di meno, per la prossima campagna elettorale.