Italia-Brasile 1970, stadio dell’Azteca: nella clamorosa batosta della nazionale azzurra contro un avversario troppo forte per i nostri pur valenti giocatori, il vincitore indiretto risultò Gianni Rivera.

Proprio perché non fu fatto giocare (a parte i famosi tre minuti finali della partita). Lo stesso vale per Matteo Renzi, furbo come l’altrettanto politicante “abatino”, del quale molti ora si chiedono: come sarebbero andate le elezioni se ci fosse stato lui al posto dello spompato Pierluigi Bersani? Sarebbe andata come è andata in effetti al Pd, con il di più (o il di meno) che si sarebbero fatte pure le pulci alla cultura politica del sindaco di Firenze, meritevole di stroncature pari all’irrisione delle metafore campagnole dello zio di Piacenza. Forse sarebbe andata persino peggio, visto che il giovane chierichetto politico (tra l’altro affetto da tic berluschini) sostiene tesi vecchissime, cariche di ragnatele. Tesi che (alla faccia del filosofo con feticismo del pelo Massimo Cacciari) avrebbero ulteriormente spaccato il Pd e sconcertato la base tradizionale del suo elettorato.

Infatti costui, che pure ha il copy del rottamatore, si limita a rifare – sull’Arno e a decenni data – il più insopportabile/ridanciano dei Tony Blair: dal significativo innamoramento (non corrisposto) per Sergio Marchionne all’idea peregrina che si aumentano i posti di lavoro dando man libera ai licenziamenti. Per capire meglio chi sia il replicante Blair del Giglio può valere un episodio che riguarda il soggetto originale, raccontatoci da quel grande storico che era Tony Judt: «nella primavera del 2001, durante un dibattito radiofonico della Bbc sulle imminenti elezioni politiche britanniche, una giovane giornalista espresse le sue frustrazioni: “non pensate” chiese ai colleghi in studio “che non siamo di fronte a una vera scelta? Tony Blair crede nella privatizzazione come la Thatcher”. “Non esattamente”, rispose Charles Moore, direttore del Daily Telegraph- “Margaret Thatcher credeva nelle privatizzazioni. A Tony Blair semplicemente piacciono i ricchi”».

Se si sostituiscono i boss della city con un po’ di ricconi nostrani (magari con attività scarpare e aspirazioni immobiliaristiche) il quadro si attaglia perfettamente all’arrampicatore politico nostrano. Però, in assenza di un’impossibile verifica controfattuale, il non essere sceso in campo risulta il miglior investimento di carriera renziano; che – secondo gli astutissimi autolesionisti del Botteghino e le loro sponde mediatiche – dovrebbe trasformarsi nell’arma micidiale da lanciare contro gli effetti dello tsunami M5S; nella logica immortale che tutto cambi perché nulla cambi. O meglio, che il cambiamento venga raccontato nei modi della promopubblicità, per cui l’effetto atteso si ottiene non attraverso i fatti ma grazie alla stordente ripetizione falsaria che tali fatti sarebbero già avvenuti. Ossia, il rinnovamento come rottamazione che non modifica le logiche imbonitorie del Potere, ma opera per gestualità dichiarative.

Pensare di imporre a Beppe Grillo, in preda a furori distruttivi e deliri d’onnipotenza, la rinuncia alla propria strategia iperattendista (stare immobile sulla riva del fiume in attesa del passaggio di un bel po’ di cadaveri) sembra l’ennesima illusione di chi “non ha scordato niente, non ha imparato niente”. Come inefficaci sembrano pure gli appelli di stimati e stimabili intellettuali; con cui denunciano l’attuale stato di emergenza (certamente reale e angosciante), ma che potrebbe essere strumentalizzato proprio come scialuppa di salvataggio dai corresponsabili dei disastri che tale emergenza hanno determinato. Quindi non basta dare spazio agli abatini o nascondersi dietro qualche padre nobile. Sarebbe necessario che chi detiene la maggioranza in Parlamento la smettesse con le trovate furbesche; facesse il doveroso passo indietro come persona e come corporazione, mettendo in pista attori non usurati che diano garanzie reali di effettiva discontinuità; in grado di aggregare maggioranze provvedimento per provvedimento.

Un’indicazione era stata sussurrata: Fabrizio Barca. Il fatto che non sia stato messo in condizione di accettare conferma che questi – credendo di salvarsi – ci trascinano tutti nell’abisso. Magari proponendo un altro pessimo chierichetto thatcheriano, ma più organico all’apparato: Enrico Letta. Un nome che è tutto un programma. Se si recuperasse un po’ di buon senso si capirebbe che il rinnovamento non è un fatto anagrafico ma biografico. Certe operazioni – ad esempio – le potrebbe garantire meglio un Furio Colombo che non tanti giovanili furbastri.