Se volessimo riassumere la settimana di Bersani in un paio di proverbi potremmo cominciare con “Dagli amici mi guardi Iddio”. Napolitano sostanzialmente non vuole nemmeno dargli l’incarico se non vede una maggioranza pronta a votare il governo sia alla Camera che al Senato. Renzi, dopo aver dichiarato 48 ore fa “Io non pugnalo il segretario” va in televisione a dire che la direzione del suo partito è stata una “seduta di terapia di gruppo” che Bersani tenta di fare con i grillini ciò che Berlusconi ha fatto con Scilipoti e che si voterà prestissimo, cosa che richiederà il tenere “primarie aperte” (che lui si aspetta di vincere, naturalmente).

Così assediato, il segretario del Pd fa circolare l’idea di un piano di riserva che partirebbe dall’ottenere comunque l’incarico da Napolitano in quanto partito che ha la maggioranza assoluta alla Camera. Se al Senato non si ottenesse la fiducia il governo resterebbe in carica per gli affari correnti e attenderebbe l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica e lo scioglimento delle camere, in vista del voto a giugno. Per rafforzare la coalizione – ecco l’idea! – si imbarcherebbe anche Monti, senza doversi più preoccupare di Fini e Casini.

Peccato che questa strategia dimentichi un particolare: due settimane fa gli italiani hanno abbandonato i partiti che avevano governato negli ultimi anni ma anche quelli che promettevano di fare domani le stesse cose fatte fino a ieri: i risultati mediocri di Scelta civica e dello stesso Pd sono stati il frutto di una campagna elettorale che in fondo era un referendum sul governo Monti. Gli elettori hanno risposto: “No, grazie”.

I risultati del 24-25 febbraio, inoltre, non sono un fenomeno solo italiano. I commenti sul “populismo” o sul “comico che vince le elezioni” ignorano la dimensione europea di questo voto. L’Italia ha votato dopo Grecia, Francia e Spagna che sono andate alle urne l’anno scorso e, in tutti e tre i casi, i cittadini hanno fatto del loro meglio – nel quadro istituzionale disponibile – per protestare contro i governi in carica che avevano prima salvato le banche e poi accettato le ricette economiche imposte da Bruxelles. I socialisti spagnoli sono stati eliminati ma il Partido Popular che ha vinto le elezioni oggi è in crisi di consensi quanto lo era José Luis Zapatero alla fine del suo mandato. In Francia, l’abbraccio di Angela Merkel è stato mortale per Nicolas Sarkozy ma oggi il presidente socialista François Hollande è impopolare quanto il suo predecessore. In Grecia si è dovuto votare due volte nel giro di poco più di un mese (maggio-giugno 2012) e solo una legge elettorale che attribuisce ben 50 seggi su 300 al primo partito ha permesso al centrodestra di formare un governo, pur avendo raccolto appena il 29,6% dei voti (coincidenza, la stessa percentuale della coalizione Pd). Il voto a Grillo, come quello a Marine Le Pen in Francia e quello al partito neonazista Alba Dorata in Grecia, è prima di tutto una protesta contro l’austerità imposta dalle istituzioni europee non solo ai paesi mediterranei ma anche alla Francia.

E’ in questo quadro che Bersani vorrebbe ripresentarsi agli elettori insieme a Monti a giugno. Secondo proverbio della settimana: “Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono portare alla perdizione” (grazie, Euripide).