In Italia quasi mai la stampa nazionale mostra interesse ai temi della formazione artistica, e alle Accademie di Belle Arti in particolare. Per cui ho avuto una vera sorpresa- presto mutata in sgomento- nel leggere -sul Sette del Corriere della Sera, intervista di Vittorio Zincone -che questo argomento è al centro delle irate riflessioni del Presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta.

Il titolo “Cultura ed Università chiedono soldi ma non sanno innovare” non lasciava affatto presagire il sottotitolo: cioè che la pietra di massimo scandalo della Cultura fossero proprio le Accademie. “Fanno battaglie di retroguardia e non si confrontano con il mondo- attacca il Presidente della Biennale- Alle Accademie di Belle Arti serve una sana autarchia“. 

E forse l’olio di ricino- mi è venuto subito da aggiungere.

No di certo, non è affatto una triste parola, l’autarchia, ci spiega il Presidente. Autarchia vuol dire avere “in me il potere del mio operare”. (E a me che suonava piuttosto tipo “nozze coi fichi secchi”). “Gli Istituti Culturali dovrebbero lottare per avere propri statuti”. Cosicchè funzionerebbero benissimo proprio come lo statuto della sua Biennale che va alla grandissima. Bene.

Ma l’autonomia senza soldi, cioè l’autarchia, sarà proprio il caso della Biennale di Venezia?

(Vogliamo parlare di soldi, no via, che cafonata). Questi Istituti Culturali, queste Università, invece di pensare a metter su questa bella autarchia,”chiedono soldi, protestano contro i tagli “(vedi, è proprio da cafoni parlare sempre di soldi) “ma non sempre aggiungono coraggio e innovazione“. Ed ad esempio lo sa, caro il mio intervistatore, cosa vogliono diventare le Accademie? Un corso di laurea!

Noooo via, ma non mi dica. Ed ecco le Accademie accusate di volersi pari all’Università solo per ambire ad uno status debosciato pigro e improduttivo. Una battaglia di retroguardia. Ma per le Accademie l’autonomia di cui gode l’Università inizia ad essere una questione vitale, di sopravvivenza. Stanno morendo soffocate, impastoiate in un sistema ministeriale superburocrate e inciucione, che da un lato chiede performance universitarie da “tre più due”, crediti etc, e dall’altro rifila diplomi di percorso di primo e secondo livello, che però sono equipollenti alla laurea (e l’equipollenza, si sa, è già un termine che puzza d’imbroglio di suo, per come è scritta). Diplomi spacciati come lauree agli ignari studenti stranieri- ed italiani- convinti di meritare dopo tre/cinque anni  lauree vere, come dappertutto nel mondo.

(E poi vogliamo parlare di soldi? Quelli della ricerca, soldi europei, a cui gli studenti dell’Accademia non possono accedere? o pensa davvero che i giovani artisti si temprino nella miseria? quelli italiani autarchici, beninteso). Per questo  e molto altro, le Accademie sono in lotta: per l’autonomia, ma va benone anche l’autarchia, se il termine le fa più simpatia, ma soprattutto per avere e dare uguali diritti e doveri a studenti e docenti. 

E le assicuro che serrato è il confronto con le analoghe realtà all’estero, e, studiati fin nei minimi dettagli i virtuosi esempi delle School of Art di Londra, Barcellona, Austria, Madrid, Berlino, Edimburgo, Dusseldorf, Kassel, Lisbona, Berna, Zurigo, Mimar Sinan facultesi (tutte da sempre, facoltà Universitarie) si sogna, pensi un pò,  di radicare quei meccanismi anche qui, da noi, in Italia.

Sa una cosa presidente, leggendo attentamente fino in fondo la sua intervista mi è sembrato di capire che lei è parecchio incazzato, però non ci dice chiaramente con chi. Se lo tiene per sè, ed è palese che non può veramente avercela con le Accademie di Belle Arti. Magari non c’ha mai messo piede. Magari qualcuno gliele ha fatte trovare lì, a tiro, nel bel mezzo di una solenne incazzatura e lei ci è sfogato sopra. Mi sa che è andata così. Quindi quando con calma, a mente fredda, vorrà veramente occuparsi di questa faccenda, ed informarsi, me lo faccia sapere.

La aspettiamo in Accademia a braccia aperte.