Lo sviluppo possente di questa “organizzazione” avviene negli anni ’60 e ’70 in concomitanza col Boom: è sulla costruzione delle opere pubbliche e private che la mafia si arricchisce a dismisura. Con l’avvento della droga, poi, diventa una vera e propria potenza economica. Ma il motivo più grande e determinante della sua espansione è il rapporto con le forze politiche. Certe degenerazioni politiche hanno prodotto potere mafioso e da questo, a loro volta, hanno preso forza”.

Così scriveva nel marzo 1996 sulla Rivista del Cinematografo. Oggi Damiano Damiani non c’è più, ma rimane, indelebile, la sua lotta contro la mafia. Lotta per immagini, suoni e idee, lotta di uomo di cinema: “Vorrei protestare contro chi ha scritto la storia della mafia senza segnalare che è stato il cinema a svelarla come realtà negativa, laddove giornalismo e letteratura non l’avevano fatta”.

Classe ’22, friulano di Pasiano di Pordenone adottato da Roma, Damiano Damiani è stato scrittore, attore e, soprattutto, regista: se n’è andato a 90 anni (oggi i funerali all’Aventino), lasciando un testamento d’impegno civile, da Il giorno della civetta (1966), tratto da Sciascia, a Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (1970), passando per Girolimoni, il mostro di Roma (1972) e Pizza Connection (1985).

Cresciuto con Comencini, Olmi e Lattuada, esordì nel 1960 con Il rossetto e il commissario di polizia Pietro Germi: lodi critiche, ottimi incassi, adattamenti celebri – con Zavattini L’isola di Arturo della Morante, con Tonino Guerra, la Noia di Moravia – l’età d’oro del nostro cinema è anche la sua. Poliedrico e versatile, assaggiò anche gli spaghetti western (Quien sabe?), lanciò Ornella Muti con La moglie più bella (1970) e perfino Alberto Tomba – un’inforcata – in Alex l’Ariete, senza disdegnare la televisione, anzi: L’inchiesta sulla morte di Gesù scritta da Suso Cecchi D’Amico e, ovviamente, La piovra.

Un fenomeno planetario, e il nostro piccolo schermo non sarebbe stato più lo stesso. Le musiche di Riz Ortolani nell’orecchio, il commissario Cattani nel cuore, la storia del nostro Paese in testa, lo spettatore scopre le due facce della medaglia al collo di Damiani: impegno civile e racconto popolare. Dirigerà solo quella prima serie, allergico alla coazione a ripetersi e alla melina di successo, ma tanto basta: “Mi ha dato tutto, mi ha insegnato come nessuno mai che cos’è l’etica di questo lavoro”, dice oggi il commissario Cattani, all’anagrafe Michele Placido. “Un uomo in ginocchio, Pizza Connection: Damiano mi voleva in ruoli da cattivo, Cattani proprio non me l’aspettavo. Un uomo solo contro la mafia, con un senso del dovere come mai nella realtà: solo Falcone e Borsellino gli si avvicinavano”, ricorda Placido, e confessa un rimpianto: “Per l’età o forse per la malattia, negli ultimi anni Damiano s’era rinchiuso, staccato dal mondo: avrei dovuto forzare la sua privacy per continuare un dialogo. Non ci dovrebbe essere pudore, non con le persone care”.

Ma rimane un’eredità da raccogliere, e Michele non si smarca: “La piovra, i suoi film avvicinavano, presentivano i malesseri attuali, le connessioni Stato-mafia. Fosse ancora qui, sono sicuro che mi avrebbe convocato: ”Mettiamoci al lavoro, portiamo le stragi sullo schermo”, ecco quel che mi avrebbe detto”. Il bello, anzi, il civile è che Placido già ci pensava: “In Italia ci sono storie più interessanti di Romanzo criminale, pensiamo alla trattativa stato-mafia, di cui non è stato raccontato quasi niente. Io sono pronto a mettermi in gioco, ma anche tra gli autori esiste l’autocensura: siamo timidi, io farei un film su Marcello Dell’Utri, gli americani lo avrebbero già fatto”, aveva detto al festival di Roma.

Oggi ha un motivo in più, e si chiama Damiano Damiani: “Ho il dovere di provarci, per lui. Forse sarà impossibile trovare qualcuno nelle istituzioni che ci tenda la mano, ma devo tentare, perché le piovre ci sono ancora, più di prima. È una sfida, chi ha il coraggio di condividerla?”.

Il Fatto Quotidiano, 9 Marzo 2013