Proto è occupato e questa volta non può buttarsi nell’affare. In compenso ci prova Andrea Mastagni, imprenditore e manager spezzino che ha presentato un’offerta per rilevare i dieci periodici (da A a Visto, da Astra all’Europeo, da Max a Novella 2000) che la Rcs ha messo in vendita. Ne discute oggi il consiglio d’amministrazione della casa editrice guidata dall’amministratore delegato Pietro Scott Jovane, che la dovrà confrontare con altre quattro offerte provenienti da fondi di private equity. Mastagni è un uomo d’affari in odor di massoneria che nei bei tempi della Prima Repubblica frequentava l’Hotel Raphael, allora residenza romana di Bettino Craxi. Oggi si presenta come imprenditore affermato del settore stampa e gran risanatore di aziende. Peccato che, ad andare a vedere come vanno i suoi affari, i conti non tornano. Con i suoi fratelli Riccardo e Stefano ha rilevato nel 2011 il gruppo Seregni-Fingraf, che era stato il più grande stampatore di giornali in Italia. In un paio d’anni, dopo una cura a base di dismissioni, cassa integrazione, mobilità, prepensionamenti e tagli, la Seregni ancora non vede la luce in fondo al tunnel. I suoi conti, poi, sono ufficiosi, visto che di bilanci non c’è traccia.

Non sta meglio l’altro fiore all’occhiello dei Mastagni, la Cartiera Verde di Romanello di Basaldella, in provincia di Udine: dopo aver accumulato debiti per circa 48 milioni di euro, nel novembre dell’anno scorso è stata messa in liquidazione. Quanto ai giornali, i fratelli dei miracoli ci hanno già provato con Sardegna 24, quotidiano diretto da Giovanni Maria Bellu: è stato chiuso nel gennaio 2012 dopo soli sette mesi di vita. Nel sito di Andrea Mastagni sono allineati come trofei molti marchi di aziende rilevate e “risanate” . Presentate come brillanti avventure imprenditoriali, si rivelano invece un carosello di disastri. Continental Paper, una cartiera di Varazze, è naufragata con la messa in liquidazione del 2011. La San Giorgio (elettrodomestici) viene acquisita nel 2004 e, nonostante gli impegni assunti con il ministero delle Attività produttive (a ricapitalizzare e a mantenere l’occupazione, con divieto di cessione anche parziale), l’azienda è progressivamente svuotata.

Nel 2005 i Mastagni vendono anche il marchio e nel 2007 si disfano di ciò che era rimasto. Della Benfra (escavatori), Mastagni sostiene di aver gestito l’amministrazione controllata. Ma l’azienda è fallita dieci anni fa, anche se la procedura fallimentare è ancora in corso. La proprietà della Industrie Benfra spa è ora detenuta dai fratelli attraverso un’azienda fallita (Nuova spa) e due in liquidazione: la Piacenza Veicoli Speciali (rimorchi) e la Paolo De Nicola (macchine per cantieristica). Insomma: il nostro più che un risanatore pare un becchino.

Il futuro? È condizionato da un processo in corso a Udine: Mastagni è imputato di bancarotta fraudolenta di tre società del gruppo Masarotti (mobili). Secondo l’accusa, avrebbe contribuito a distrarre beni e attività per circa 8 milioni di euro. Il passato è invece segnato da un altro processo: nel 1993, Andrea e Stefano Mastagni furono addirittura arrestati per traffico d’armi. Una loro società, la Omtes Sud, con sede a Buccino (Salerno), aveva vinto un appalto da 6 miliardi di lire per smantellare 633 carri armati M47 della Nato. Ma invece di distruggerli, secondo l’accusa i fratelli li facevano smontare per poi rivendere i pezzi in Africa. La sentenza però concluse che i Mastagni erano innocenti e che le responsabilità erano tutte dell’azienda campana a cui avevano affidato il lavoro in subappalto. La Omtes Sud, controllata dalla Omtes di Vezzano Ligure, era già finita nella “lista nera” della Commissione Scalfaro sullo spreco dei fondi per il terremoto in Campania. Aveva ricevuto 15 miliardi di lire di fondi pubblici, con l’impegno ad assumere 300 lavoratori per produrre bombe a mano. Incassati i finanziamenti, impiegò invece una quindicina di operai nella produzione di pedaliere per la Fiat. Un’altra società dei Mastagni, la Metalli e Derivati, aveva incassato a fondo perduto ulteriori 18 miliardi di lire per impiantare in Campania uno stabilimento per il piombo raffinato. Non entrò mai in attività. Ora potrebbe toccare ai periodici Rizzoli salire sulla giostra del “risanatore” a cui piace essere definito “il Bondi delle piccole e medie imprese” (nel senso di Enrico, l’ex commissario di Parmalat).

di Gianni Barbacetto e Alberto Crepaldi

Dal Fatto Quotidiano dell’8 marzo 2013