Molti, troppi giornalisti, non tutti per la verità, e non quelli del Fatto certamente, continuano ad utilizzare modi e tempi sbagliati per polemizzare con alcune delle provocazioni di Beppe Grillo. Il leader di un movimento che ha preso il 25% dei consensi ha non solo il diritto, ma persino il dovere di esprimere senza ipocrisie il suo punto di vista su qualsiasi argomento, e quanto più lo farà tanto più consentirà, nel bene e nel male, a ciascuno di consolidare o cambiare i suoi convincimenti e i suoi orientamenti di voto.

Se Grillo, come è accaduto in queste ore, dichiara di voler abbattere l’Ordine dei giornalisti, serve a poco stracciarsi le vesti, perché è assolutamente vero che, persino le più pallide ipotesi di riforma sono state insabbiate dal conservatorismo delle forze politiche e dalla resistenza di tanta parte della “corporazione”.

Se Grillo chiede di abrogare la legge sul finanziamento ai giornali, bisogna anche avere l’onestà di riconoscere che quella legge non è stata affossata dai 5 stelle, ma dai Lavitola di turno e dalla incapacità (anche nostra, di Articolo 21) di imporre una radicale revisione di quelle regole, anche a costo di scontentare amici e compagni.

Quando Grillo chiede di vendere due reti della Rai, non basta indignarsi, bisogna invece ricordare che, se prima non sarà risolto il conflitto di interessi e modificata la Gasparri, persino la privatizzazione della Rai servirà solo ad alimentare gli oligopoli privati e forse ad estendere ulteriormente quel conflitto di interessi che si dichiara di  voler risolvere una volta per tutte.
In ogni caso si tratta di affermazioni politiche e, come tali, lecite, anzi protette proprio dall’articolo 21 della Costituzione. Non è su questo che bisogna alzare i toni e manifestare uno sdegno tardivo e fuori luogo.

Altra cosa, invece, è quando Grillo, usando parole vecchie e purtroppo già sentire nella stagione berlusconiana, denuncia il presunto complotto mediatico, le campagne a pagamento per sputtanare il movimento, ed intima di dare la parola solo ai presidenti dei gruppi parlamentari. Questo è un invito che, eventualmente, può rivolgere ai suoi eletti, ma non certamente ai giornalisti, alcuni dei quali non hanno mai rinunciato a fare le domande e, anche per questo, sono stati disprezzati, insultati, allontanati dalla Rai e non solo.

Il problema, semmai, è quello di chiedere ai cronisti di usare lo stesso metro con tutti, di fare più e non meno domande, di non rinunciare mai allo spirito critico nei confronti di nessuno, di mettere sulla graticola vecchi e nuovi soggetti politici. Certo chi ha preferito sempre le genuflessioni, fatica sempre a mantenete una posizione eretta, sempre e di fronte a chiunque. Quando Grillo usa parole e toni che sanno di vecchio, bisogna reagire, né più, né meno, come si sarebbe reagito in altre occasioni, senza fare sconti a nessuno.

La demonizzazione di Grillo, dei suoi eletti, dei suoi elettori, non darà buoni frutti e non consentirà di comprendere i fenomeni profondi che attraversano la nostra comunità. Allo stesso modo il conformismo, la rinuncia a porte le domande, l’accettazione di regole in palese contrasto con il diritto di cronaca, non gioveranno a nessuno, alla lunga neppure al Movimento 5 stelle.