Vorrei fare un paio di ragionamenti, dando un’occhiata ai numeri che stanno dietro le percentuali delle elezioni politiche di qualche giorno fa. Mi colpisce come fior fiore di politologi, sociologi e sondaggisti stiano scandagliando l’esito del voto senza riconoscere ciò che mi sembra il dato più eclatante. Il pilastro su cui è stata edificata la seconda repubblica, il bipolarismo, è crollato fragorosamente. Se abitassimo in un Paese ragionevole, la legge elettorale verrebbe cambiata all’istante, ma non nella direzione di un rafforzamento della logica del maggioritario, che oggi rappresenta meno che mai gli elettori, ma nel rilancio del proporzionale.

Mettere al centro il crollo del bipolarismo consente di mettere in discussione anche alcuni luoghi comuni che hanno accompagnato le primissime letture del voto. Che abbia vinto Berlusconi, o che l’Italia si sia svegliata “berlusconiana”, ad esempio, è soltanto un’illusione ottica.

Per il centrodestra è stato un bagno di sangue senza precedenti: sei milioni di voti in meno rispetto alle politiche del 2008, ovvero – 17% sul fronte percentuale. A quanto mi risulta, non è mai avvenuto che una coalizione perdesse, tra un’elezione e un’altra, così tanti voti. Le elettrici e gli elettori, però, non hanno riversato la propria domanda di cambiamento dentro le categorie del bipolarismo, ovvero non hanno scelto, in alternativa al centrodestra, il centrosinistra.

Questo è il punto. Se il centrosinistra ha una maggioranza solida alla Camera, è perché ha fruito di un premio di maggioranza scandaloso, che gli ha consegnato il 55% dei seggi, pur avendo un consenso inferiore al 30%. Bersani e compagni, infatti, hanno perso a loro volta tre milioni e mezzo di voti, ovvero un buon 8% rispetto al 2008. La sconfitta del bipolarismo è ancora più evidente se teniamo in considerazione che, alle scorse politiche, l’84% dei votanti suddivise il proprio voto tra i due poli, mentre stavolta lo ha fatto solo il 58%. In termini assoluti, si è passati da trenta a venti milioni di voti circa a sostegno dei due poli: un crollo, appunto. Difficile non individuare una responsabilità, un fattore di “precipitazione”, nell’esperienza del governo Monti e delle sue politiche di austerità e di tagli brutali. Bersani ha provato a presentarsi come alternativa al governo tecnico ma, ovviamente, avendolo appoggiato, in maniera ben poco credibile.

E’ evidente che, a fruire di un atto di sfiducia così brutale, è stato Beppe Grillo. Non demonizzo il Movimento Cinque Stelle, che mette insieme cose molto diverse, di cui alcune condivisibili, pur su un “tappeto” che sa di populismo e di organizzazione carismatica. Ha saputo catalizzare magistralmente il rancore e l’incazzatura sociale assumendo i “politici” come i nemici da abbattere e la causa del disastro in cui siamo. Grillo ha saputo vincere, in questo, imponendosi su qualsiasi altra lettura possibile della crisi che ci attraversa. Non era scritto in anticipo che fosse così. Non è un caso se in altri paesi europei, Grecia, Spagna e Francia in testa, il ruolo “anti-sistema” non è stato giocato dal Grillo di turno, ma dalla sinistra radicale.

Il caso italiano, su questo fronte, ha a che vedere certamente con l’inadeguatezza delle sinistre che si sono presentate al voto (vale per Rivoluzione Civile, e vale per Sel, alleata con il Pd), ma pure con alcune questioni di fondo che hanno a che vedere con la sconfitta storica del movimento operaio e la sua “onda lunga”. Ha a che vedere non solo con l’inadeguatezza delle forze politiche della sinistra, ma anche con il sindacato: possibile che Monti abbia potuto usare la mannaia, e le organizzazioni sindacali siano state a guardare o, nei peggiori dei casi, ad applaudire? Tutto questo deve condurre chi sta a sinistra ad una riflessione collettiva e larga vera per capire come ricominciare.