Ieri mattina, il nostro Gianni Barbacetto ha vissuto una tragicomica avventura. Invitato nella trasmissione Coffee Break, su La7, poco prima dell’inizio è stato avvertito dall’imbarazzatissima conduttrice che un altro ospite, l’ex ministro Brunetta in presenza del giornalista del Fatto minacciava di abbandonare lo studio. Insomma: o io o lui. In un paese normale e con un’informazione normale, uno con i problemi di Brunetta sarebbe stato prontamente sedato, accompagnato alla porta e affidato a una comunità di sostegno. Invece il piccolo prepotente l’ha avuta vinta ed è stato Gianni (con sommo piacere, viste le circostanze) a fare dietrofront.

Episodio minimo, ma rivelatore dello stato confusionale (per non dire peggio) in cui versa, con poche eccezioni, il nostro sistema mediatico. In questi giorni abbiamo visto di tutto. Stuoli di giornalisti trafelati che brandendo microfoni e telecamere inseguono l’uomo mascherato urlando frasi sconnesse sulla fiducia al governo, che Grillo ha detto fino alla nausea che non voterà mai. E mentre si corre dietro alle notizie fantasma, quelle reali scompaiono d’incanto. Delle pressioni del Colle sul procuratore della Corte dei Conti di Bolzano colpevole di aver indagato sull’uso disinvolto dei fondi riservati del presidente Durnwalder (non una cosetta da niente) i lettori di tutti i giornali meno uno sapranno qualcosa soltanto oggi con i titoli sull’indagine punitiva avviata dalla Procura di Roma contro l’incauto magistrato, così impara. E che dire del calvario serale di tanti giornaloni quando ogni notizia che possa anche lontanamente disturbare qualche potente viene pubblicata se anche gli altri la danno, realizzando una sorta di malinconico alibi collettivo. Cos’è che intimidisce tanto stampa e televisione? I bilanci in rosso dei grandi gruppi editoriali? La smania di compiacere il nuovo padrone prima ancora che egli si manifesti (Cairo a La7)? Oppure è lo tsunami di un comico che sconvolgendo certezze e abitudini sta orientando la bussola del giornalismo nella rassicurante direzione del tengo famiglia?

Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2013