La delusione è grande, il centrosinistra non vince anche se ha la maggioranza alla Camera con quest’orrenda legge elettorale, non ha i numeri al Senato ma soprattutto (forse) non ha la forza politica di costruire un programma di governo, anche breve che possa raccogliere i voti dei deputati del M5S.

Berlusconi esulta ma teme che una maggioranza PD, SEL e Grillo, lo metta fuori gioco e quindi cercherà di far saltare il gioco prima, anche perché si avvicinano le sentenze che lo preoccupano maggiormente e se ci fosse una richiesta di procedere nei suoi confronti da parte di un tribunale, non è detto che questo Parlamento, finalmente, non la conceda (ma c’è da giurarci?).

Il risultato elettorale ci consegna un paese diviso e non governabile con le formule fin qui usate, la crisi politica e istituzionale s’intrecciano con quella economica e sociale, crisi produttiva, disoccupazione alle stelle, l’incubo di una vera e propria depressione economica come non la conoscemmo nemmeno nel ventinove, allora eravamo già poveri di base!

Ciò che non sembra essere compreso ancora oggi purtroppo dal sistema politico è che questa crisi è strutturale e riguarda lo stesso modello economico, è una crisi di sovrapproduzione e di esaurimento delle capacità espansive dei mercati interni e almeno a scala europea, è una crisi del modello dei consumi, imperniato finora sul concetto di quantità, più ho, più consumo, più produco, più ho……

Questa catena si è usurata è spezzata in più punti, oggi l’espansione dei consumi riguarda solo una fascia ristretta di soggetti ad alto reddito, la massa dei consumatori non ha soldi per comprare e non ha denaro per fare manutenzione di ciò che ha comprato, non cambia l’auto, non acquista la casa, non cambia né frigorifero, né lavatrice, né televisore, non va al ristorante, non fa viaggi, non cambia il guardaroba e nemmeno i mobili, perché non ha soldi, sta consumando i risparmi precedenti e soprattutto è sfiduciato perché teme di restare senza mezzi.

Come si risolve questa situazione, innanzitutto con un piano economico pubblico, con un’idea pubblica di nuova economia che trovi risorse finanziarie per sostenere nuove politiche, che non siano incentrate sul concetto di sviluppo quantitativo: non più seconda casa ma ristrutturazione di quella esistente per renderla energeticamente efficiente (ciò attiva il circuito edilizio più è meglio di quello delle costruzioni), non più consumo di suolo ma utilizzo delle aree già edificate per l’edilizia sociale.

Non più la seconda auto ma un’auto che dura, con motore a gas ed elettrico, potenziare i trasporti collettivi perché fanno risparmiare, non inquinano o comunque inquinano molto meno , inducano le persone a comportamenti più razionali che usare l’auto dovunque.  Sviluppare beni immateriali, cultura, arti, turismo, per aumentare le entrate valutarie e migliorare le condizioni di vita delle comunità, sviluppare l’autoconsumo, l’agricoltura ecologica e di prossimità, le produzioni qualitative, sviluppare l’industria del riuso e del riciclo. Se si reinveste il 30% dei profitti in riciclo dei materiali si risparmia l’equivalente di materie prime e quindi si risparmia natura.

Per realizzare una nuova economia, occorre una classe dirigente, politica e imprenditoriale che abbia la capacità e ancor più il coraggio d’innovare profondamente la concezione di governo e di direzione degli affari pubblici e privati, che non sia dipendente dalle concentrazioni di potere economico, che sia disposta a rinunciare ai privilegi personali che non siano il giusto compenso per un’attività qualificata.

Non è detto che sotto la stimolo del voto di protesta che ha consegnato una così grande responsabilità a un movimento del tutto originale, non possa far scaturire anche all’interno dei partiti, finalmente, la consapevolezza e la determinazione a cambiare passo, a mettersi  in discussione per rispondere al grave momento che il paese attraversa: la partita è iniziata ma il tempo concesso è veramente poco.

Per la sinistra ridimensionata (e mortificata) dal voto oltre che dalle sue divisioni) è un’ultima chiamata per tentare di ritrovare se stessa, sapendo fare autocritica per il tempo perduto e l’accondiscendenza a un sistema che è franato sotto i nostri occhi che nel frattempo erano da lungo tempo socchiusi.