Nella classe di mia figlia – terza elementare – una maestre eroica, che non si è lasciata piegare né dalla Gelmini né dalle innumerevoli riforme che negli ultimi 15 anni hanno devastato la nostra scuola pubblica, ha intrapreso con gli alunni un percorso extra-curriculare di educazione alla legalità, con focus specifico sullo studio della mafia, in collaborazione con l’Associazione Libera. Ha condotto un percorso didattico in classe spiegando la nascita del fenomeno mafioso, le sue implicazioni a livello di criminalità e governance dello stato e la sua diffusione geografica, sottolineando con dati e numeri come la mafia sia una piaga che tocca tutti noi da molto vicino, indipendentemente dalla nostra provenienza geografica e dalla regione in cui viviamo.

Alla fine del percorso, la classe ha partecipato al concorso indetto dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, presentando un volume preparato dagli stessi bambini che e me personalmente ha profondamente commosso, quanto mi è stato illustrato. Per settimane ho avuto in casa una futura elettrice di 8 anni che mi parlava ammirata di Giovanni Falcone e degli sforzi dei giudici per difenderci, a tal punto che un giorno abbiamo incontrato per caso Gian Carlo Caselli e mia figlia, cui ho spiegato la statura del personaggio e quanto ha fatto a favore dell’affermazione della legalità nel nostro paese, mi è apparsa emozionata manco avesse visto Kobe Bryant (fanatica di basket, la ragazza).

Credo che questa generazione, pur con tutti i problemi che ne minacciano il futuro, abbia davanti a sé una favolosa opportunità, rispetto alle generazioni precedenti. Io ho 41 anni e sono cresciuto in una famiglia di avvocati del nord che mai ha approfondito con me questi temi fino ad un’età adulta: e non credo di essere il solo. Siamo cresciuti come tanti Peter Pan, tra discorsi sull’ultimo modello di moto, una puntata di Drive In e le esultanze per le serpentine di Baggio, salvo poi accorgerci in età adulta di vivere in uno Stato occupato da organizzazioni criminali. Non biasimo i nostri genitori: provati dagli anni precedenti segnati dal terrorismo, hanno avuto la tendenza – certamente inconsapevole – di proteggerci da paure e cattivi pensieri. Non parliamo poi delle generazioni successive, transitate dal reaganismo per atterrare sul “mediasettismo”, tra veline e quizzoni. Oggi siamo travolti dalla crisi ed abbiamo ritrovato una certa coscienza civica, magari in parte ancora sotto traccia e non totalmente emersa: i genitori di oggi a mio avviso sono maggiormente propensi a presentare un mondo senza filtri ai propri figli, forse anche per prepararli meglio ad un futuro pieno di incertezze.

Dobbiamo approfittare di questo momento come educatori, sfruttando il momento difficile per ripensare i nostri parametri pedagogici. Appoggiandoci su elementi, come la maestra di cui sopra, che ci fanno capire che il valore delle persone non si sgretola di fronte a nessun governicchio ed ai tagli selvaggi all’istruzione. Insegnando ai nostri figli il sacro valore delle istituzioni che salvaguardano la nostra democrazia, al di là di possibili errori che i giudici – come tutti gli esseri umani – commettono. Solo così avremo una futura classe di cittadini che, di fronte ad un leader politico che definisce la magistratura un cancro, offendendo non solo i giudici, ma tutti coloro che credono nella legalità, la smetterà di fare spallucce classificando la boutade come l’ennesima sparata di un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Per rispetto di chi, in nome della legalità, ha perso la vita sul campo.