Solo osservando i due bambini che gli corrono incontro sul prato a fine partita, con la maglietta con scritto “sei forte papà”, e lui che si commuove, riuscendo per un attimo a zittire i sessantamila tifosi dello Stadio Olimpico che mai hanno smesso di intonare il suo nome, si può assaporare la grandezza di un giovane uomo che potrebbe avere la città ai suoi piedi, ma non chiede altro che abbracciare i propri figli. Troppo facile oggi celebrare il calciatore Francesco Totti, che con il rigore segnato a Frey raggiunge Nordhal con 225 gol al secondo posto della classifica marcatori di tutti i tempi in Serie A. Perché il capitano della Roma è stato più del miglior giocatore italiano dell’ultima generazione, è stato un’icona che ha attraversato vent’anni di calcio e di società italiana, vivendoli tutti in prima persona, incurante di essere dalla parte giusta o sbagliata della storia.

Fosse andato al Real Madrid, per citare l’unica squadra che forse è stata a un passo dal convincerlo davvero ad abbandonare Roma, avrebbe potuto vincere molto di più. Fino alla magica annata dello scudetto, festeggiato da capitano giallorosso in una notte indimenticabile al Circo Massimo, mentre il Colosseo si specchiava negli occhi lucidi di oltre un milione di tifosi in delirio, anche chi prima di lui aveva vestito la maglia numero 10 della Roma, come Giannini, gli consigliava di andarsene. E diversi addetti ai lavori hanno fatto lo stesso fino a pochi anni fa, quando è diventato chiaro che per un romano nato a due passi dallo storico Campo Testaccio, quella notte, anche se unica e forse irripetibile, valeva più di qualsiasi Champions League sollevata altrove. E che per questo non poteva abbandonare la sua città.

Una scelta di vita che non gli ha impedito di sollevare una Coppa del Mondo nella notte altrettanto magica – ma solo per chi è nato fuori dal grande raccordo anulare – di Berlino ai Mondiali del 2006. Giusto o sbagliato che sia, un romano e romanista non baratterebbe mai le due gioie, tenendosi stretta la prima. E infatti il rapporto di Totti con la nazionale non è mai stato lineare, nonostante un cucchiaio entrato nella storia. Prima schiacciato dalla staffetta Baggio-Del Piero e poi, all’apice della carriera, costretto lui stesso a una crudele staffetta con lo juventino: la cui grandezza era probabilmente un gradino inferiore, ma il cui fascino sprigionato dalla maglia bianconera era certamente superiore. Ma la scelta di Francesco era oramai fatta. E solo chi ieri allo stadio Olimpico ha sentito i brividi, quando al 16’ del primo tempo tutto lo stadio ha urlato per dieci volte il suo nome, può comprenderla. E forse condividerla.

Controversa è stata anche l’immagine che alcuni presunti guru della comunicazione hanno voluto costruire attorno al calciatore, altrimenti piuttosto timido e restio alla luce dei riflettori. Se comparsate televisive e spot pubblicitari sono il prezzo – lautamente compensato – da pagare alla fama. Un libro di barzellette, non tutte divertenti, non ne ha certo aumentato la popolarità nell’urbe. Ne ha invece sigillato, al di fuori, lo stereotipo del romano caciarone e fannullone, per non dire un po’ arrogante, che gli è stato appiccicato addosso fin dall’inizio. Da quando il 28 marzo 1993 esordì agli ordini di Boskov nei minuti finali di un Brescia-Roma di fine campionato a soli 16 anni. Dal Pupone di ieri al Gladiatore di oggi, quando al bambino prodigio si è sovrapposta l’immagine del protagonista dell’omonimo film, il viaggio nella massima serie del campionato italiano di Totti è durato vent’anni esatti.

Due anni dopo l’esordio, il 4 settembre 1994 il primo gol in Serie A, realizzato agli ordini di Mazzone contro il Foggia, il primo dei 225 che lo hanno portato ieri a eguagliare Nordhal. Se è vero che lo svedese giocava in un calcio dal calendario meno intasato, e i suoi gol sono stati segnati in 291 partite contro le 525 giocate dal giallorosso, è anche vero che proprio i ritmi insostenibili del calcio moderno, oltre al fatto che l’italiano abbia giocato buona parte della sua carriera non da centravanti, rendono l’impresa di Totti ancor più eccezionale. Nessuno ha segnato come lui negli ultimi 40 anni. Ora il mirino è puntato su Silvio Piola, in testa con 274 gol segnati tra Pro Vercelli, Lazio, Torino, Juventus e Novara. Ieri Totti, tra il serio e il faceto, ha annunciato: “Ora raggiungo Piola e poi smetto”. Perché a fare due calcoli, a Totti basterebbero poco più di 100 partite, quindi altri 4 anni a questi livelli – sempre con la Roma – per arrivarci. La sfida è lanciata.