Forse è un ritardo del carnevale appena finito, ma sentir dire che Bersani “sfida Grillo” sa di scherzo fuori tempo massimo. Ma come? Il Pd ha perso tutto il perdibile e ora mostra i denti con chi lo ha fatto secco semplicemente occupando gli spazi (le piazze, la rivendicazione della moralità e dell’austerità della politica, la capacità di comunicare…) che lo stesso Pd ha lasciato liberi?

Con un gesto di resipiscenza, il Partito democratico potrebbe ascoltare finalmente i segnali chiari che le elezioni hanno consegnato e prima di tutto rinunciare alla Presidenza del consiglio, consegnandola a un nome che possa raccogliere ampi consensi tra le fila grilline sia per ciò che politicamente rappresenta, sia per la capacità che avrebbe di promuovere le riforme che il M5s si aspetta. Da questo punto di vista il nome più credibile, forse l’unico dotato di un pedigree anche internazionale e di una sicura credibilità, è quello di Emma Bonino. Alcune delle parole d’ordine con le quali il Movimento 5 stelle ha sfondato coincidono con battaglie radicali storiche: dall’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti alla necessità di contrastare la partitocrazia dilagante. Altre richiamano temi cari all’ambientalismo: dalla ridiscussione delle grandi opere a norme più vincolanti per il consumo di suolo (in Italia si consumano otto metri quadri di territorio al secondo!) Attorno a Emma Bonino, che non è un nome “nuovo”, ma che sarebbe un nome nuovissimo per un così alto incarico di governo, potrebbero poi convergere altri nomi di rilievo che fossero in qualche modo una garanzia per un programma limitato ma efficace.

Inutile pensare a un governo di lunga durata: ora ciò che serve è un governo che dia forti segnali simbolici, che riporti finalmente la Costituzione ad essere la bussola della sua azione, che metta la cultura al primo posto perché il vero problema di questo Paese, la vera eredità avvelenata del berlusconismo è proprio la demonizzazione della cultura critica. Serve un governo che riunisca nomi ineccepibili e indipendenti. In questo senso tre nomi per tre ministeri simbolici potrebbero essere quelli di Salvatore Settis per la Cultura, di Vittorio Emiliani per l’Ambiente, di Dario Fo per l’Istruzione: nomi pesanti, alcuni dei quali vengono in questi giorni indicati come possibili candidati per la Presidenza della Repubblica. In questo momento tutte le forze migliori del Paese devono raccogliersi, ne hanno l’obbligo morale: il Presidente Napolitano che giustamente sbarra la strada a un suo secondo settennato potrebbe, come suggerisce Eugenio Scalfari nell’editoriale di oggi, essere rieletto da un Parlamento che sul suo nome convergesse, e dimettersi poi non appena portato il Paese fuori da queste secche, dopo nuove elezioni supportate da una legge elettorale degna di un paese civile e attenta alle esigenze di moralità espresse dal M5s.

Ma la prima mossa deve farla il Pd, che non ha dato prova in questi ultimi tempi di essere in sintonia con gli umori del Paese. Riuscirà a fare rapidamente questa metamorfosi?