Dopo averlo sottovalutato per anni, scambiando per sorpresa un successo oltremodo prevedibile, l’esercito inconsolabile del Vade-Retro-M5S si sta ora dimenticando quel che Beppe Grillo era e rimane: un comico. Certo, ora ha responsabilità politiche rilevanti, che il diretto interessato sembra dimenticare. E adesso non si gioca più. Ma Grillo, anteponendo – per ora – al senso di responsabilità il piacere smodato dell’“io ve l’avevo detto”, sta passando il post-elezioni a togliersi badilate di sassolini dalle scarpe.   

La stampa, rimasta in buona parte alle guerre puniche, continua ad applicare gli schemi bolsi da Prima Repubblica: “Le alleanze”, i “retroscena”. Seeh, buonanotte. Spacci Ansa ci informano che “la colf di Grillo ha detto che non è in casa” (sticazzi); “i commensali (Grillo, la moglie Parvin e lo scrittore Stefano Benni) stanno consumando un pasto preparato dall’amico ristoratore di Grillo, Sauro, a base di polpo e patate e baccalà alla livornese” ; “una pittrice di La Spezia le ha lasciato un foglietto in cui c’è scritto ‘Grillo nostro, che sei al governo, sia fatta la tua volontà”.   

Il cortocircuito mediatico è totale. Colpiti e parrebbe abbattuti da un meteorite prevedibilissimo, i tromboni variopinti intervistano i neo-deputati Cinque Stelle per poi titolare che “sì, la base vuole l’alleanza con il Pd”. Walter Veltroni, esperto di calamità autogenerate, esalava ieri al Corriere della Sera: “Grillo esordisce nel 2007, con il Vaffa-Day, ma allora la novità rappresentata dal Pd e la sua radicalità (sic) non dico che riassorbì ma interloquì con quella gente” (molta sinistra è ancora dentro Ecce Bombo: aspetta l’alba da una parte, e quella sorge dall’altra). Cosa sta accadendo? Nulla di imprevedibile, moltissimo di clamoroso. Un comico-guru ha messo in scacco politica e informazione. È situazionismo puro. Il Guardian insegue il tricologicamente irrisolto Gianroberto Casaleggio, neanche fosse la versione 2.0 di Engels. Le sue case di Genova e Marina di Bibbona sono presidiate da cronisti che già rimpiangono Avetrana. E Beppe Grillo sublima la sua voglia eterna di spettacolo – e il suo desiderio bulimico di vendetta – presentandosi ai fotografi come uomo mascherato. Uno scatto emblematico: forse non era lui, forse Johnny Palomba (che si camuffa in quel modo da anni). Irrilevante. Grillo è il Savonarola incosciente e geniale, provocatore e folle, che infierisce su chi lo ha insultato.   

Dopo la vittoria, Grillo è sembrato possibilista: “Riconsegnare il paese a Berlusconi sarebbe un crimine contro la galassia”. L’appoggio esterno al Pd, che non darebbe neanche sotto tortura, sembrava possibile. Da quel giorno, divertendosi come nessuno (lui: il paese molto meno), ha messo in scena la nuova pièce. Si intitola “Ve lo do io il qualunquista” e consta di vari capitoli. Ogni giorno, dal blog, strali su chi non lo ha preso sul serio. Mercoledì Bersani e i suoi house organ, ieri il neogrillino Vendola (lo stesso che diceva: “Anche Hitler sembrava un comico, poi è passato da una birreria alla cancelleria”). Un giorno rilascia interviste moderate a Focus (puntualmente fraintese), quello dopo dà a Bersani del “faccia da culo”. Martedì Napolitano è “Morfeo”, mercoledì “Oh presidente mio presidente”. Gioca col fuoco e sghignazza senza ritegno. Grillo è un politico che rimane comico. Per una risata, possibilmente spietata, farebbe di tutto. È serissimo solo quando parla di “rivoluzione totale” (e non è detto che sia un bene). Vendicativo come nessuno, fino al 15 marzo si nutrirà di cazzeggio e rivalsa. Poi (si spera) farà sul serio. Lui e i suoi eletti.

Chi continua a volerlo interpretare come fosse un politico normale, commette lo stesso errore di chi pretende di recensire Frank Zappa applicando codici adatti al massimo a Nilla Pizzi.

Il Fatto Quotidiano, 3 Marzo 2013