Mario Sechi torna al giornalismo. L’annuncio, dato prontamente dal diretto interessato all’indomani della trombatura dell’ex direttore del Tempo candidatosi nelle liste Monti, getta scompiglio in almeno in tre campi. Quello della politica, quello del giornalismo e soprattutto in quello della televisione, dove si assiste a una vera e propria moria degli habitueé del salotto politico; oltre a Sechi, Guido Crosetto, Italo Bocchino, Giuliano Cazzola, Osvaldo Napoli, Maurizio Paniz, Sandro Ruotolo, per non parlare di Antonio Di Pietro e Oscar Giannino…

Si direbbe che attovagliarsi in permanenza sulle poltroncine che tappezzano l’intero palinsesto tv (e dove si continua imperterriti a chiedersi come mai il Movimento 5 stelle, in tv, non ci voglia andare), non porti benissimo. Ma il caso di Mario Sechi, assiduo frequentatore insieme al suo inseparabile moleskine, la famosa “agendina Sechi”, di Porta a Porta, Ballarò, Agorà, prima come notista politico, incalzatore, fustigatore della casta e a un tratto, d’incanto, come rappresentante della casta medesima, tutto ciò merita attenzione particolare perché mette il dito su due piaghe. La prima è la presenza nei talk-show di una sottocasta giornalistica più indelebile di qualsiasi altra; sempre le stesse facce, onnipresenti, delegate a ripetere le stesse cose agli stessi interlocutori (in questo bisogna capirli, non è facile inventarsi qualcosa di nuovo ogni giorno che Dio mette in terra). Per quanto si possa aver visto fino alla nausea i Gasparri, i Colaninno, i Crosetto e i Napoli, il presenzialismo dei Sallusti, dei Polito e, appunto, dei Sechi resta imbattibile. Forse Sechi aveva esaurito tutte le domande della sua agenda; proviamo con le risposte, si sarà detto.

La seconda piaga assomiglia a una rivelazione; con questo saltafosso, e annesso rinculo, Sechi ha reso evidente ciò che noi telespettatori avvertivamo già nell’inconscio. Ovvero che giornalisti e politici, specie quelli ad alto coefficiente televisivo, sono fondamentalmente interscambiabili; che tra mezzibusti ci si intende, che tra le due barricate si può andare a venire a piacimento, basta fare l’abbonamento pendolari. E forte di quell’abbonamento Mario Sechi ha annunciato di voler tornare da dove era venuto: abbandonerà il divanetto dei politici per riaccomodarsi sul canapè dei giornalisti, come ai vecchi tempi.

Eppure, un’alternativa per voltare pagina ci sarebbe. Va bene tornare al giornalismo, ma che bisogno c’è di abbandonare la politica? Non precipitiamo. Sechi potrebbe anche mettersi in proprio, e non ci vorrebbe molto. Gli basterebbe procurarsi uno di quegli specchi a fisarmonica che usavano un tempo i barbieri, e due agendine distinte, per non confondersi. Dopodiché, potrebbe fondare un suo talk show itinerante, qualcosa come Sechi a Sechi, in cui fa tutto da solo. Il Sechi giornalista fa la domanda, il Sechi politico prende nota sull’agendina rossa e gli risponde mentre il Sechi giornalista, a sua volta, prende nota sull’agendina nera. L’aria fritta, grosso modo, sarebbe la stessa degli altri talk, ma a costi irrisori, senza risse e senza mai timore di smentita. Perché non provarci? In tempi di spending review il Sechi a Sechi potrebbe far mangiare la polvere alla concorrenza. Noi gli consigliamo di segnarselo sull’agendina. Anzi, su tutte e due.

Il Fatto Quotidiano, 28 Febbraio 2013