Tanto per chiarirlo subito: questo non è un post politico. Per far politica nel senso proprio del termine, bisognerebbe prima di tutto espatriare. Ma il fatto è che personalmente amo questa terra: sono molto sulla linea di quel Bill Emmott il cui bel documentario – Girlfriend in a Coma – è stato messo al bando dal MAXXI di Giovanna Melandri per poi essere proiettato praticamente in ogni dove: un esempio di festosa clandestinità. Io l’ho visto al Teatro dell’Elfo, a Milano, due passi e mezzo da casa mia, in una sala strapiena di gente d’ogni sorta. C’erano anche Bill Emmott medesimo e Annalisa Piras, e hanno detto che il loro non è in alcun modo un documentario politico. Però la prode Melandri ha decretato – dimenticandosi di non essere in quel ruolo come politica, ma per i suoi titoli scientifici – che il documentario non andava proiettato per ragioni di opportunità politica. Persino al Museo di Gerusalemme, in una delle prime sale, va in loop la proiezione di documentari palestinesi di grandissimo valore artistico.

E però, questo è il paese che amo, e però lo so, lo vedo che è un paese di farlocchi. Qui ci sono trote che si laureano misteriosamente in Albania, giannini che prendono dei master a Chicago senza che l’università di Chicago se ne sia accorta e politici che comprano case ma non sanno di averlo fatto. E’ un posto dove ogni elezione è un fatto misterioso, dove vincono sempre dei partiti che tutti dicono di non aver votato. E’ il posto dove un professore dice che non si candiderà alle politiche, poi rinuncia alla sua virtù e si candida, poi invoca la magistra Merkel contro i comunisti immaginari, poi aggiusta il tiro, e alla fine sospetta che in fondo non ha mai voluto fare il politico, perché lui è un professore. E’ anche il posto dove il leader della sinistra (sempre immaginaria) scompagina posizioni e pensieri, suoi e altrui, dicendo di un avversario politico prima che è un buffone (il 23 febbraio), poi che è il leader di un movimento interessante (il 25 febbraio), poi che è una risorsa (il 26 febbraio) e infine che lo aspetta in Parlamento, dove si sfideranno a duello in mancanza di un convento dei carmelitani scalzi nelle vicinanze.

E’ un posto dove l'”immortal guaio” – meno fascinoso del protagonista di Twilight ma ugualmente, e terribilmente, longevo – già che è vivo torna a governarci; però, poverino, lo fa per spirito di servizio. Sarà personalmente in campo, ma prova disgusto per la politica. Plasil e immunità, probabilmente, riusciranno a sedare la nausea. E mentre un curioso candidato socialdemocratico, peraltro avvezzo a queste epifanie, si dice inorridito dal successo italiano dei due “pagliacci”, il governatore lombardo nuovo di zecca si abbandona a una sorta di lectura dantis (che se lo avesse saputo avrebbe citato Manzoni, Carlo Porta e il prode da Giussano) quando dichiara rapito di essersi giocato tutto, “inferno o paradiso”, in una sfida epica, epicamente vinta. Promette un rinnovamento radicale, una gloriosa Lombardia, la ricostruzione di un nuovo Eden ammantato di verde. E poco dopo annuncia Mario Melazzini alla Sanità, che già era lì con l’indimenticato e impagabile (nel senso pragmatico del termine) Celeste. Dov’è il nuovo? Il Celeste, che dovrebbe essere nei guai fino al collo dato tutto quello che parrebbe aver combinato, invece sgambetta in giro sfarfallando cravatte e camicine alla moda e dichiarando che “in Lombardia vince buon governo di centrodestra, 18 anni che sono piaciuti ai cittadini: secondo me, la Lombardia non ci fa una gran figura, oppure è un’entità schizofrenica.

Da lontano, e più precisamente dalla Liguria, applaude anche la poliedrica Nicole Minetti, che sta pronta a inaugurare una nuova sala giochi imbastita di slot machine sul lungomare genovese, battendosi eroicamente contro il pericoloso comunista Don Gallo, che obbietta insipientemente al modello minettiano e addirittura al gioco d’azzardo, chiave di volta della vita civile, culturale e politica attuale.

Perciò, ecco, questo è il paese che amo. Perché l’amore è cieco. Sordo. Un po’ autistico. A volte con conseguenze psicotiche. Poco obiettivo. E, più spesso di quanto non si dica, piuttosto pericoloso.

Per tutto questo ho deciso di ammettere la mia malattia: sì, sono italiana, e ho deciso di smettere.