Era quasi verso sera

di Walter Marinello


(due, di ventiquattro racconti)
 

Vattene amore

“Vattene amore, che siamo ancora in tempo” mi disse Sharon mentre stavo cercando di indossare i calzoni saltellando su di un piede. Purtroppo quello non era il giorno migliore per il mio equilibrio, così caddi di schiena sul parquet della sua camera da letto, sbattendo dolorosamente l’osso sacro e perdendo secondi preziosi.

Suo marito era quel famoso pugile campione nazionale dei pesi massimi, voi sapete di chi sto parlando, ed era inaspettatamente tornato. Aveva già depositato l’auto nel box e stava aprendo la porta delle scale, ma io ero ancora alle prese con le calze. Avevo i piedi sudati e non mi riusciva di infilarle, caddi in avanti picchiando il naso che cominciò a sanguinare.

“Vattene Amore, che pace più non avrò, né avrai” insisteva lei.

Riuscii ad intrufolarmi nell’armadio un attimo prima che lui entrasse nella camera e la sollevasse da terra, scaraventandola sul letto.

Grufolava come un suino, quell’enorme mentecatto, mentre si faceva cavalcare dalla mogliettina, lo sentivo distintamente invocare a sproposito la madonna e i santi del paradiso.

Io stavo lì dentro in un angolino, terrorizzato, attendevo che lui finisse e si mettesse a dormire distrutto dalla fatica, ma dopo due ore era ancora lì che zompava su e giù come un orango. Era indistruttibile.

Lei rideva, incurante della mia presenza, io sbirciavo da uno spiraglio e aspettavo, infastidito dal suo divertirsi.

Finalmente il bestione se ne andò a farsi la doccia, io ne approfittai per far capolino e cercare di capire dove scappare.

Sharon mi disse: “Caro vedrai, ci chiederemo come mai il mondo sa tutto di noi…” Era andata. Due ore con me più due ore con il gorilla sono troppe anche per un’arrapata perenne come lei. Improvvisai e cercai di uscire dalla finestra: eravamo al secondo piano, con un po’ di fortuna ce la potevo fare. Purtroppo quello non era il giorno migliore per combattere le mie vertigini, così mi prese un attacco di panico e mi ritrovai incastrato dietro il cartellone pubblicitario che stava attaccato lì fuori, con un piede su e l’altro nel vuoto.

Lei si affacciò e mi salutò sorridendo, mandandomi un bacio con la manina.

Potevo muovermi solo per tornare indietro, ma avrei rischiato di trovare l’energumeno.

“Avvisami quando la via è libera”, le dissi. “Usiamo il codice segreto, quello di emergenza”

“Ok. Quando potrai risalire ti dirò la solita frase.”

“E io ti darò la controrisposta.”

Se ne andò dalla finestra e non la vidi più per almeno tre ore. 
Purtroppo quello non era il giorno migliore per prendere il sole, perché si mise a piovere molto forte. Il cartellone pubblicitario mi riparava dal vento, ma non riuscivo ad evitare le gocce che cadevano grosse come ciliegie.

Quando stavo ormai per arrendermi ed avviarmi verso la giusta punizione, inzuppato fino alle ossa e dolorante in tutto il corpo, finalmente Sharon ricomparve. Allegra e sorridente spuntò dal davanzale e mi salutò con un frullìo delle dita.

“Trottolino amoroso” disse.

“Dudu dadada” risposi.

Mi aiutò a risalire, mi spogliò e mi diede un accappatoio del marito. La baciai. “Sembri un gattino annaffiato che miagolerà”, mi sussurrò, ma proprio in quel momento il campanello suonò, il tipico triplice trillo del marito, che forse si era dimenticato qualcosa.

“Sorridente truffatore, vattene un po’, che pace più non avrò, né avrai. Vattene, o saranno guai” mi disse lei e dopo avermi levato l’accappatoio, al quale lui teneva molto, mi spedì di corsa fuori dalla finestra. 
Purtroppo quello non era il giorno migliore per restare nudi all’aperto, perché la temperatura si era abbassata e la pioggia non cessava. Solo il tempo di ambientarsi un po’, e guardando giù la vidi passare a braccetto con l’idiota. Sollevò l’ombrello e mi guardò strizzandomi l’occhio, io ricambiai alzando il dito pollice.

Feci il punto sulla mia situazione: ero nudo, sotto la pioggia, incastrato dietro un cartellone che fa della pubblicità sulla strada, col naso in su guardavo la finestra chiusa e un certo pessimismo si faceva strada nella mia testa. 
“La testa ci sbatterò…” pensavo, ” sempre là.. sempre tu… ancora un altro po’… 
E poi… ancora non lo so. Il freddo… l’oscurità…” Insomma, cominciavo a farneticare.

Fortunatamente mi addormentai.

Dormii poco, o forse tanto, non lo so di preciso perché dormivo.

Quando mi svegliai aveva smesso di piovere, ero intirizzito e aggrovigliato intorno al palo che sosteneva il cartellone, e probabilmente avevo la febbre alta.

“Trottolino amoroso”, sentii sopra di me. Alzai un poco la testa e vidi Sharon sorridente, che mi salutava con il suo caratteristico frullo di dita.

Con un filo di voce riuscii a rispondere “Dudu dadada”, ma non avevo neanche la forza per sollevare il braccio e fare un cenno.

“Vattene Amore, mio barbaro invasore. Il premio per il tuo amore sarà un mese di siccità. Peccato, perché nel cielo non c’è pioggia fresca per me, ed io col naso in su la testa ci sbatterò.”

Cercai di concentrarmi sul profondo significato delle sue parole, ma non feci a tempo a pensarci bene, perché due braccia fortissime mi sollevarono e mi riportarono in casa senza che me ne accorgessi.

Il bisonte era di fronte a me, enorme, con quegli occhi piccoli e vicini che voi tutti conoscete, i tondi bicipiti gonfi e impazienti, il suo migliore sorrisino di sfida sulle labbra.

L’unico movimento che mi riuscì fu alzare la mano e tirare fuori le unghie, ma lui non si spaventò. Anzi.

“Ehi!” esclamò guardando la moglie, “abbiamo qui un gattone arruffato che mi graffierà… Brrr, che paura”

Lei rise e si sedette a godersi lo spettacolo.

“Vattene, amore” le dissi, per evitarmi almeno il disonore di essere visto mentre venivo massacrato. 
Ma quello non era il giorno migliore per restare soli.

L’isola che non c’è

“Seconda stella a destra”, mi disse con freddezza il bambino dell’ufficio informazioni, indicandomi un viale alberato là in fondo, oltre il piazzale d’ingresso. Mi incamminai con l’emozione che solo l’attesa di un evento straordinario può causare, il cuore a mille, cercando di contenere la voglia di correre che mi aveva preso.

Vedi Tommy, amico mio, forse questo ti sembrerà strano, forse la ragione ti ha un po’ preso la mano, ed ora sei quasi convinto che non può esistere un’isola che non c’è.

Invece esiste, io ci sono stato.

Io e mister Pan ci eravamo conosciuti lo scorso dicembre al club, durante una festa natalizia, e subito ci accorgemmo che fra noi c’era simpatia. Parlammo intensamente dei nostri desideri e delle nostre passioni, che coincidevano alla perfezione. Sembrava che lui leggesse esattamente nella mia mente e capisse quello che pensavo, mi anticipava nei commenti e dava ai miei quesiti le risposte che avrei dato io.

Insomma eravamo proprio in sintonia, e mi rimase la voglia di rivederlo.

Per qualche tempo non lo vidi né lo sentii, ma una mattina, mentre giocavo a golf nel mio parco, mi chiamò e mi invitò a cena. Fu quella stessa sera che mi chiese se volevo vedere l’opera per la quale aveva lavorato tutta una vita. Naturalmente accettai di buon grado, anche se, nonostante le mie richieste, si rifiutò di darmi il minimo accenno sulla sua natura, lasciandomi nella curiosità più accesa.

La settimana dopo mi attendeva all’aeroporto nel suo jet privato. Quando entrai nell’aereo lo trovai in piedi, un uomo di circa sessant’anni, alto quasi due metri, dritto come una quercia ed elegantissimo, che ne dimostrava quindici di meno. Pochi convenevoli e partimmo subito per l’Isola che non c’è.

Mister Pan era eccitato almeno quanto me, era da un mese che non riusciva a tornare sull’isola e non vedeva l’ora di accertarsi delle novità.

Io naturalmente continuavo a non capire e a fare domande, ma lui faceva di tutto per aumentare il prurito che sentivo. “Sarà una bella sorpresa” diceva, “è un’isola speciale, dove non ci son santi né eroi, non ci son ladri e non c’è mai la guerra.”

Lui si divertiva a vedermi così, io non stavo più nella pelle. “Niente ladri e gendarmi, ma che razza di isola è?” pensavo, “niente odio e violenza né soldati né armi, forse è proprio l’isola che non c’è.”

Il viaggio fu breve, non riesco a ricordare in quale direzione andavamo ma in poco tempo arrivammo. Dall’alto guardai l’isola che aveva vagamente la forma di una stella, con i contorni sabbiosi e alcune basse colline al centro.

L’aeroporto consisteva in una stretta striscia di asfalto in mezzo ad una giungla verde e rigogliosa, che finiva davanti ad un casottino di muratura in stile liberty. Davanti al terminal ci attendevano in otto, tutto il personale dell’isola, vestiti con una buffa divisa arancio e verde. Restai stupefatto, non riuscivo a credere che quegli individui, con una evidente altissima professionalità ed efficienza, fossero tutti bambini di undici o dodici anni che si comportavano come degli adulti. Seri e compassati, sembravano dei veri professionisti, ma erano solo dei bambini.

Mister Pan fu accolto come un vero padrone, con tutti i salamelecchi del caso, e io fui subito accompagnato nella mia stupenda stanza, servito e accudito come un re.

Non ero stanco per niente, e avrei voluto iniziare subito la visita, perché la curiosità mi stava corrodendo, ma nonostante la mia insistenza non ci fu niente da fare e dovetti attendere fino al giorno dopo.

Dopo un’eccellente cena cucinata da un ottimo bambino-cuoco del quale feci la conoscenza, passammo la serata seduti nel salotto della struttura di accoglienza, davanti al camino con uno sherry in mano, servitoci da un bambino-cameriere, a chiacchierare amabilmente come due vecchi amici.

“Lavoro a questo progetto dagli anni sessanta” mi disse mister Pan, “all’inizio era tutto molto precario, non sapevo bene come portare avanti le mie pur ottime intenzioni e i primi ospiti si sono dovuti un po’ adattare, ma adesso posso dire che siamo ad un livello eccezionale. Vi domanderete di certo perché i miei servitori siano tutti bambini. La risposta è semplice: vivere qui non è facile, i bambini si adattano meglio, non hanno strane pulsioni e non fanno troppe domande pericolose.”

Stavo per replicare ma fui fermato subito.

“E non fate per favore domande neanche voi, perché non vi risponderò. Accontentatevi di quello che dico io e di quello che vedrete domani.”

Ecco, mister Pan era sciolto e simpatico quando si chiacchierava di argomenti generali, ma quando si trattava della sua isola diventava impenetrabile, addirittura antipatico. Si metteva di profilo, stuzzicandosi la barbetta, e prendeva chissà dove quel sorriso enigmatico che era la sua maggiore caratteristica.

La mattina dopo fui svegliato presto da una bimba-governante, che con maniere squisite mi servì l’abbondante colazione a letto. Finalmente l’ora della mia visita era giunta e mi preparai, mi sentivo pronto a qualsiasi stranezza: animali estinti, opere d’arte rubate, tribù di indigeni cannibali.

Non immaginavo tanto.

Mister Pan era lì che mi attendeva con il suo sorriso, questa volta un po’ emozionato, evidentemente anche lui moriva dalla voglia di vedere le mie reazioni. Mi fece un cenno con la mano e mi indirizzò dalla parte giusta.

Quando finalmente entrai nel viale alberato persi ogni senso della realtà, non sapevo più chi ero e tantomeno quello che stavo facendo.

La prima stella era stata messa all’inizio per fare il botto, per lasciare i rari visitatori senza parole.

Non ci crederai, lo so Tommy, è una leggenda, e a pensarci, che pazzia, è una favola, è solo fantasia. E chi è saggio, chi è maturo lo sa, non può esistere nella realtà!

Invece è tutto vero, credimi.

Elvis Presley in persona era lì, in un appartamento lussuosissimo, che cantava Blue suede shoes accompagnandosi con la chitarra. Dimostrava ancora i 42 anni che aveva quando dicevano che era morto, solo che era dimagrito, in forma strepitosa. Mi vide e mi fece l’occhiolino sorridendo, io lo guardavo come in trance e pensavo: “Esiste, l’isola esiste davvero”. Galleggiavo in una palla senza gravità e barcollavo. Elvis ancheggiava e cantava con la sua stupenda voce a tre metri da me e io non capivo niente. Al mio fianco apparve Mister Pan che con un leggero cenno del capo mi invitò a proseguire. Io ripresi a malincuore il cammino cercando di ritornare lucido, forse era un sosia, anche se così perfetti nel fisico e nella voce non se ne erano mai visti. Avrei voluto restare un po’ di più ma il gesto di Mister Pan era troppo deciso e dunque andai avanti.

Quando arrivai alla seconda stella capii perché il bambino all’ingresso mi aveva mandato subito lì.

Davanti a me c’era Jimi Hendrix, il mio idolo, del quale avevo copiosamente parlato a Mister Pan la prima sera in cui ci siamo conosciuti.

Sono un modesto chitarrista, maniaco del distorsore, ho ascoltato i dischi di Jimi fino alla nausea, potrei ripetere nota per nota tutti i suoi pezzi senza tuttavia riuscire ad arrivare nemmeno ad un decimo della sua carica e della sua bravura. Era davanti a me, giovane, seduto con due ragazze bellissime su un divano viola che rollava uno spinello e mi guardava. Aveva i capelli corti, i soliti baffetti intriganti e indossava la camicia bianca con le frange che aveva a Woodstock. Vide Mister Pan dietro di me e si alzò per salutarlo, sfiorandomi con la spalla, la spalla sinistra di Jimi Hendrix che indossava la camicia bianca di Woodstock. Quella con le frange lunghe anche sulla pancia.

Dovevi vederlo, Tommy. Era bellissimo.

Mister Pan mi presentò e mi chiese quale canzone volevo ascoltare. Io ero troppo confuso e sul momento non mi veniva niente, ma Jimi insistette e allora dissi il primo titolo che mi venne in mente, tanto per me erano tutte uguali: Foxy lady.

Jimi sorrise e disse ok. Mi mise una mano sulla spalla, la mano sinistra di Jimi Hendrix che indossava la camicia bianca di Woodstock, quella con le frange lunghe anche sulla pancia, e mi guidò nell’altra stanza. Era una saletta di registrazione, non molto grande ma ben attrezzata, e seduti da un lato bivaccavano Noel Redding e Mitch Mitchell, la Jimi Hendrix Experience al completo, invecchiati ma in ottima forma. Mi sedetti su di uno sgabello, Jimi prese la sua Fender Stratocaster bianca, quella di Woodstock, e cominciò un lungo assolo che sfociò in Foxy lady quando anche Mitch e Noel furono pronti con i loro strumenti. Solo per me. Woodstock solo per me. Avevo i brividi.

Il resto della giornata trascorse troppo velocemente, tra chiacchiere e musica.

Incontrai Jim Morrison, Janis Joplin, Kurt Cobain, Brian Jones, John Lennon, Michael Jackson, Tim Buckley, Sid Vicious, Freddy Mercury, Amy Winehouse, John Belushi. Erano ancora giovani, allegri e in salute. Vivevano in case lussuose con tutte le comodità, passeggiavano in giardini lussureggianti, facevano il bagno in piscina o al mare, giocavano con i videogiochi e suonavano, cantavano, facevano sesso. Stare sull’isola era come stare in paradiso.

Mi fecero molte domande sulla vita moderna, su quello che succedeva nel mondo, erano molto interessati. Io parlavo di tutto, rispondevo per quanto mi era possibile, ma quando provavo a fare qualche domanda su di loro, sul motivo della loro permanenza all’isola, mister Pan mi toccava leggermente e mi faceva segno di no con la testa.

Solo a notte fonda, a malincuore, lasciai la compagnia, accompagnato nella mia stanza da mister Pan che non mi aveva lasciato solo un attimo. Sapevo che quello era il momento della resa dei conti, quando avrei dovuto capire cos’è veramente l’Isola che non c’è.

“Spero che l’isola sia stata di suo gradimento” disse mister Pan sulla porta.

“E’ fantastico, grazie per questo enorme regalo che mi avete fatto, mister Pan” gli dissi stringendogli la mano. “Non capisco però perché lo avete fatto proprio a me, mi è sembrato di capire che qui le visite non siano molto frequenti”.

“Ogni tanto devo verificare che tutto vada bene, così scelgo delle persone affidabili qua e là nel mondo e le invito a trascorrere una giornata qui con me. Voi mi siete sembrato affidabile, ecco tutto. Naturalmente potete ben capire che questo luogo dovrà rimanere segreto.”

“Certo, è naturale.” risposi con aria pensierosa, “Non avete però timore che io possa rompere il segreto e diffonderne i particolari al resto del mondo? Sarebbe un bel problema per voi.”

“No. Non ne ho paura per due motivi. Il primo è che vi prenderebbero per pazzo. Non sapete dov’è ubicata l’isola, non riuscireste a trovarla e il vostro racconto sarebbe molto poco credibile.”

“Sì, avete ragione, ma cercandola bene potrei sempre riuscire a trovarla, i mezzi non mi mancano.”

“Non credo che la trovereste. Comunque è il secondo motivo quello che mi lascia veramente tranquillo.”

Ecco, Tommy, di tutta la pazzesca giornata che ho vissuto, quello è stato il momento più emozionante, più agghiacciante. Le viscere mi si sono contratte per il terrore, gli occhi mi uscivano dalle orbite e le mascelle si sono serrate tanto da spaccare quasi tutti i denti.

Mister Pan si stava spogliando, e mentre si spogliava si trasformava.

Si abbassava di statura, e mentre rimpiccioliva gli crescevano i capelli, e i denti venivano in fuori, e due corna gli spuntavano sulla fronte, e il pelo gli usciva dappertutto, lunghissimo, e le gambe diventavano zampe di capra, con gli zoccoli e tutto quanto, e il suo colore diventava rossiccio, e lo sguardo diventava crudele, e con la sua nuova voce sottile mi spaventò a morte.

“Il secondo motivo è che non avrete il coraggio di parlarne, non è vero?”

Mi lasciò lì immobile, con le fauci aride e i capelli bianchi, così come mi sono rimasti da allora, e se ne andò lasciandomi finalmente solo.

Da allora è trascorso quasi un anno e ancora non ne avevo parlato a nessuno, questa è la prima volta che lo faccio, rischiando la vita.

Devi trovarla, Tommy, devi trovare l’isola. Io non posso, ho troppa paura e credo di non essere molto lucido, ma tu lo puoi fare. Io ti darò tutte le indicazioni possibili, e tu dovrai provare e riprovare, senza mai perderti d’animo.

E se ti prendono in giro continua a cercarla e non darti per vinto, perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te.

Non farti mai prendere dallo sconforto, Tommy, solo tu puoi farcela, nessuno potrà farti del male, perché sei un orsacchiotto di peluche.


Ipotesi di quarta di copertina

Ogni racconto inizia con i primi versi di una famosa canzone italiana, ne prende lo spunto ma poi prende un’altra direzione, dando alla canzone stessa un altro significato.

Ecco l’elenco dei racconti:

– Angeli negri

– Autostrada

– Ballo ballo

– Ciao mamma guarda come mi diverto

– Confusa e felice

– Eh già

– Figli delle stelle

– Gloria

– Il mare d’inverno

– L’angelo azzurro

– L’Armando

– L’isola che non c’è

– Luce

– Ma che bontà

– Mister Mandarino

– Se mi lasci non vale

– Solo 3 minuti

– Stop! Dimentica

– Summer on a solitary beach

– Terra promessa

– Una carezza in un pugno

– Vattene amore

– Via con me

– Vola vola l’ape Maia

 

Note biografiche

Walter Marinello è nato a: Milano nel 1960, scenografo, collabora in teatro con Dario Fo dal 1995. Dal 1981 realizza pupazzi e oggetti per la televisione.

Partecipa coi suoi oggetti a molti programmi Mediaset di Milano (“Striscia la notizia”, “Paperissima”, “Scherzi a parte”, “Mai dire…”, e molti altri) e ho realizzato i pupazzi per programmi come “Gommapiuma”, “Ciao belli”, “Ziggie”, (Mediaset) “The bug”, (Sky) “Ci vediamo in tv”, “Random”, “Tutti pazzi per la tele” (Rai) e molti altri.

E’ stato autore di alcuni programmi in onda su tv locali lombarde (Antenna 3 – Telelombardia – Telenova)

Nel 2010, per le edizioni Neftasia ha pubblicato “Moriremo tutti con l’onda”, ed., 2010

marinellow@gmail.it