Pier Luigi Bersani, guardandosi indietro, probabilmente rimpiange quella truppa di renziani che considerava serpi in seno. Fossimo stati in America, dopo le primarie i candidati democratici avrebbero studiato la convenienza elettorale di un accordo e si sarebbero alleati (vedi Obama-Hillary). Questo poteva garantire al Pd un governo, forse anche meno “di destra” di quello che avrebbero voluto fare con Mario Monti. Invece dopo il voto la battaglia si è spostata su un altro livello. Ora Bersani deve scegliere se dialogare con il solito Silvio Berlusconi o con Beppe Grillo, che usa linguaggi estranei alla politica tradizionale.

Perché il 15 marzo comincerà il voto per i presidenti di Camera e Senato. A Montecitorio la situazione è più semplice: senza accordi l’elezione non scatta nei primi tre scrutini (a maggioranza dei 2/3) mentre dal quarto è sufficiente la maggioranza assoluta, di cui il Pd dispone. Al Senato, invece, dopo i primi due scrutini a maggioranza dei 2/3 si procede a una terza votazione nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, contando tra i voti anche le schede bianche. Se non ci fosse ancora un presidente, nello stesso giorno vanno al ballottaggio i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti. Bersani potrebbe quindi nominare entrambi i presidenti, avendo maggioranza assoluta e relativa dei seggi a Camera e Senato.

Poi ci saranno più di 20 giorni per provare a costruire un governo. Le Camere infatti non si sciolgono nel semestre bianco, l’ultimo del presidente della Repubblica, (la regola è a garanzia che il Capo dello Stato non scelga un Parlamento più conveniente alla sua eventuale rielezione). Gli stessi giorni in cui si avvieranno le consultazioni. Bersani ha detto di non voler scendere dalla barca (“resterò o da mozzo o da capitano”) quindi, avendo preso più voti, Giorgio Napolitano dovrebbe affidare a lui un incarico esplorativo se ancora non ci sarà un pre-accordo. Con chi governare a quel punto? E con chi scegliere il presidente della Repubblica?

 Le strade sono tre:

1. Un governo di minoranza Pd-Monti, votato con una sorta di accordo su tre temi con Grillo (legge elettorale, taglio dei costi della politica e conflitto d’interessi), che prevede l’uscita dall’aula del M5S in occasione del voto di fiducia, in modo da consentire la diminuzione del quorum. In questo caso, se uscissero anche Pdl e Lega non ci sarebbe il numero legale. Ma non è detto che a questi due partiti non convenga fare l’opposizione a un governo Monti-Bersani-(Grillo). C’è anche il rischio che poi il governo lo votino anche loro, ma a garantire che non ci siano mosse false e giochetti dovrebbe pensarci Napolitano. Per questa soluzione però ci vuole una scelta “costruens” dei grillini sull’esempio siciliano.

2. Un governissimo Pd-Pdl (con o senza Monti). In questo caso si riproporrebbe la sceneggiatura dell’ultimo anno, ma con numeri addirittura più bassi. L’accordo dovrebbe essere finalizzato a leggi di bilancio e riforma della legge elettorale per tornare al voto. Ma questa soluzione è la tomba del Pd, che dovrebbe cedere la presidenza di una Camera (a Berlusconi?) e il Quirinale (a Letta?). E Bersani lo sa. Un successivo voto potrebbe portare a un trionfo dei 5 stelle, e forse è proprio per questo che ieri il candidato grillino alla presidenza del Lazio, Davide Barillari, ha auspicato questa soluzione.

3. Un governo Pd-Grillo. Che, viste le parole del leader M5S di oggi, sembra lontano dall’esistere. Ma bisogna aspettare l’incontro dei deputati grillini a Roma domenica. Il leader riuscirà a convincerli tutti che è meglio distruggere che governare?