La scuola deve combattere l’astensionismo. Il voto di queste ore non può restare fuori dalle aule scolastiche.

I primi ad interrogarsi sul perché un quarto degli italiani non si presentano più alle urne devono essere gli insegnanti. Educare alla cittadinanza significa anche tornare a fare politica in classe. So già che qualcuno griderà allo scandalo, al maestro rosso o grillino, ma proviamo ad andare oltre la facile demagogia.

Molti di coloro che non si sono recati alle urne sono giovani tra i 18 e i 24 anni. Li conosco. Sono quelli del “chissenefrega tanto sono tutti eguali”. Spesso non sanno nemmeno la differenza tra destra e sinistra, non sanno i nomi dei candidati. Non parliamo della legge elettorale: sono pochi, anzi pochissimi, quelli che conoscono come funziona il sistema in vigore. Qualcuno mi ha persino chiesto: “Ma è’ possibile davvero fare il voto disgiunto?”.

Di fronte a questa sconcertante fotografia non ci resta che ripartire dalla scuola, palestra della vita.

I miei ragazzini tra otto anni dovranno andare a votare ed è corretto che sappiano cos’è la Camera e cos’è il Senato, come si eleggono i parlamentari, il Presidente del consiglio e quello della Repubblica. Abbiamo il dovere di educarli, di renderli consapevoli, di fornire loro gli strumenti affinché possano da grandi valutare, da soli, chi votare.

La scuola non ha certo il compito di indicare l’uno o l’altro partito (non avrebbe nemmeno senso con dei bambini di 10 anni) ma spiegare chi e’ il Partito Democratico, chi è’ il Partito delle Libertà o come nasce il Movimento 5 stelle: ha lo stesso valore dell’insegnare le regioni italiane.

Chi pensa che i bambini siano “fuori dal mondo” sbaglia: oggi all’intervallo guardando i miei quotidiani qualcuno mi diceva “Mio nonno ha votato Grillo. Lui ce l’ha con tutti”. E un altro ragazzino: “Mia mamma invece ha votato Rivoluzione Civile perché si fida di Ingroia”. Che a qualcuno piaccio o no, i bambini parlano di politica, di partiti e non vedo perché dovremmo scandalizzarci ad insegnare ai ragazzi (magari a partire dai 10 anni) le differenze tra le diverse fazioni. Provando ad essere il più oggettivi possibili.

Mi spaventa pensare ad una generazione che conosce i Babilonesi e gli Assiri ma non sa come funzionano i lavori parlamentari o come funziona la Regione Lombardia e come votiamo quando ci rechiamo alle urne.

In fondo basterebbe leggere la Costituzione in classe per capire quanto sia importante insegnare cos’è il potere esecutivo e quello legislativo. A noi insegnanti spetta il compito di riappassionare i giovani alla politica, proprio in un momento storico in cui andare a votare sembra essere diventato non più un diritto ma solo un dovere. Questo non significa fare politica ma parlare di politica anzi educare alla politica. E oggi, più di ieri, ne abbiamo un tremendo bisogno.