Prima il “fiscal cliff”, ora il “sequester”. La politica americana si ammanta di termini più o meno pittoreschi, fantasiosi, temibili, per rappresentare le sue crisi e battaglie. La scure dei tagli che si sta per abbattere sul governo federale e sull’economia – appunto il cosiddetto “sequester”, dal prossimo primo marzo – rischia però davvero di avere effetti spiacevoli, in molti casi dolorosi, su milioni di americani. Salari, programmi sociali, educazione subiranno riduzioni più o meno consistenti. “Sarà una cosa orribile – ha detto un funzionario della Casa Bianca al Washington Post – e colpirà in modo indiscriminato e significativo sia l’elettorato democratico sia quello repubblicano”. Il problema è, come mostrano diverse analisi, che molti americani non sanno cosa comporterà davvero il “sequester”. Un sondaggio del Pew Research Center mostra che solo il 25 per cento della popolazione pensa di essere stato informato in modo soddisfacente sui prossimi tagli.

Previsto dall’accordo sul budget federale dell’agosto 2011, il “sequester” comporta una riduzione della spesa pubblica di 1.200 miliardi di dollari da perseguire nei prossimi dieci anni. Non si riuscisse a trovare un accordo, i tagli scatterebbero automaticamente. Verranno drasticamente ridotti i fondi per alcuni programmi educativi – “Title One” e “Head Start” – con conseguente licenziamento per almeno 31mila insegnanti. Un miliardo di dollari verrà sottratto al budget di Fema, l’agenzia del governo federale che si occupa di disastri naturali come l’uragano Sandy. Minori finanziamenti al Department of Agricolture significheranno minori controlli su produzione e distribuzione alimentare. Oltre 600 mila tra donne e bambini indigenti perderanno i benefici offerti dal programma di nutrizione supplementare Wic.  Tagliati anche 540 milioni di dollari in prestiti garantiti per la piccola impresa, come pure, di circa il 9 per cento, i sussidi di disoccupazione. Fbi e Border Patrol saranno costretti a lasciare a casa circa 1.000 agenti, mentre il Pentagono verrà toccato da 45 miliardi di risparmi per l’anno corrente.

Se i tagli previsti verranno davvero adottati, si calcola che l’economia americana perderà circa 1,4 milioni di posti di lavoro, con tassi di disoccupazione che resteranno al di sopra del 7,5 per cento per il settimo anno consecutivo: il periodo più lungo degli ultimi 70 anni. Proprio per allontanare lo spettro di una nuova, possibile recessione, Barack Obama ha proposto un accordo di breve periodo, che consenta di rimandare di un mese i tagli e dare al Congresso il tempo di “completare il lavoro di riduzione del deficit”. Per ottenere 30 giorni di rinvio e mantenere al tempo stesso i vincoli di bilancio stabiliti nel 2011, sono necessari 12 miliardi di dollari. Obama, a parte vaghi accenni a nuovi aumenti delle tasse per i più ricchi e per l’industria petrolifera, non ha però spiegato come trovare i soldi. Questo ha scatenato gli attacchi dei repubblicani e l’ennesima battaglia sul debito di questi anni.

Lo scontro a questo punto non appare comunque soltanto limitato a Casa Bianca da un lato e repubblicani dall’altro. Diversi politici democratici e gruppi di pressione progressisti sono furiosi con la Casa Bianca, che avrebbe sinora sottostimato gli effetti del possibile “sequester”. Quattro mesi fa, in occasione del terzo e ultimo dibattito presidenziale con Mitt Romney, Obama disse che “il sequester non ci sarà”. Per tutta la campagna elettorale, il presidente aveva del resto rifiutato di discutere i tagli e il modo per evitarli. Quando poi, lo scorso autunno, il Congresso domandò informazioni, la Casa Bianca preparò un rapporto con i 1.200 programmi federali che verranno colpiti dalle riduzioni, senza però precisare che tipi di servizi saranno tagliati e quali saranno gli effetti sulla popolazione.

Quella che viene da molti considerata una “leggerezza” di Obama rischia ora di trasformarsi nella prima vera sconfitta di questa amministrazione e in un rebus politico di difficile soluzione per i democratici. I tagli non saranno infatti percepiti immediatamente dagli americani. Molte agenzie del governo, in previsione di tempi difficili, hanno già bloccato le assunzioni e ridotto comunque le spese. Ci vorranno altri 6-7 mesi prima che i tagli alla spesa sociale entrino davvero a regime. Ciò significa che una delle più massicce riduzioni dell’intervento federale degli ultimi anni potrebbe entrare in vigore senza colpo ferire, facendo sentire i suoi effetti su un periodo più lungo.

E questo proprio mentre il presidente americano, in gran parte dei suoi più recenti discorsi pubblici, si è fatto sostenitore del rinnovato intervento statale in economia. Si tratterebbe, appunto, di una sconfitta politica che va ben al di là dei tagli, come ha fatto notare sul Wall Street Journal John H. Makin, del think tank conservatore American Enterprise Institute: “Sarebbe un bel problema per la Casa Bianca se il ‘sequester’ venisse e passasse e nessuno notasse davvero qualcosa. Allora la gente potrebbe cominciare a dire: ‘Beh, allora si può tagliare la spesa’”.