In Italia è pratica diffusa e indiscussa. Giornalisti che si presentano alle elezioni, vincono, diventano parlamentari, anche europei. E poi dopo, a piacimento, ritornano alla professione. L’ha fatto perfino l’asburgica Lilli Gruber.

Ma altrove la musica è diversa. Questi andirivieni choccano. O praticamente non esistono: non sono proprio concepibili, in nome di una commistione fra giornalismo e potere assolutamente da evitare. Anzi, si va oltre: può choccare pure il giornalista che da un giorno all’altro diventa portavoce di un politico, di un ministro, di un partito.

Prendo l’esempio che conosco meglio, la Francia. Badate bene, non sto parlando di quei Paesi come la Svezia, dove la coerenza e il rispetto delle regole vengono luteranamente applicati alla precisione. Sto parlando della Francia e della sua tendenza latina all’inciucio. Di un Paese dove la massoneria è potere trasversale, anche nei giornali. Dove la politica influenza fortemente il business pubblico e talvolta perfino quello privato, per le nomine e per il resto. Di un Paese dove Tf1, la tv più vista (privata), proprietà di Martin Bouygues, amico fraterno di Sarkozy, fa un’informazione spudoratamente di destra. Dove il principale quotidiano economico, Les Echos, è controllato da Bernard Arnault, il patron del colosso del lusso, l’uomo più ricco di Francia (e ho già detto tutto sul “distacco” con il quale vengono affrontati certi argomenti…). Certo, in Francia uno come Fiorito non sarebbe mai diventato consigliere regionale: a tanto i francesi non arrivano. Ma vanno abbastanza in là.

Ecco, però sui giornalisti in politica non transigono. Innanzitutto sono molto pochi a varcare il confine. E quando lo fanno, mai e poi mai si permettono di ritornare indietro. Dominique Baudis, già presentatore del telegiornale della sera di Tf1 (quando era ancora pubblica), si buttò in politica negli anni Ottanta. E c’è rimasto (ancora oggi è un esponente dell’Ump, il partito di centrodestra). Pure uno dei maggiori esponenti dei Verdi, Noel Mamère, è un ex giornalista televisivo, ma ormai sono trascorsi tanti anni, qualcuno se l’è pure dimenticato. Ex giornalista è anche l’attuale sottosegretario agli Esteri, responsabile per gli aiuti alla Cooperazione, Pascal Canfin. Fino a tre anni fa lavorava per un mensile di tipo economico. 

Ma, come dicevo, in Francia turba addirittura il giornalista che diventa comunicatore in politica. Vista la crisi nei media e il numero crescente di disoccupati, ce ne sono sempre più. Almeno una decina hanno preso quella strada da quando, quasi un anno fa, François Hollande divenne Presidente. In Italia è un non problema: neppure se ne discute. In Francia, invece, sì. Quando all’inizio di gennaio Hélène Fontanaud, ex giornalista politica (per tanti anni a Reuters e poi passata in una serie di media che hanno avuto in seguito problemi, come il quotidiano La Tribune, ora disponibile solo online), rimasta da tempo senza lavoro, ha annunciato infine di essere diventata capo dell’ufficio stampa del Partito socialista, la Rete si è scatenata. Ma come, lei che si è occupata una vita di politica, va a lavorare per un partito, così sminuisce tutta la sua passata e gloriosa carriera, scredita la professione del giornalista, non ha più credibilità.

In Italia sembrerebbe fantascienza. Perfino un’asburgica come Lilli Griber è passata da una parte e dall’altra della frontiera. Senza remore. Dov’è il problema? Andata e ritorno.