Il libro è stato un grande successo, il film è diretto da un premio Oscar (per Mediterraneo), tra i protagonisti c’è una star hollywoodiana (John Malkovich), il pubblico di riferimento infine nemmeno per un momento è stato solo quello italiano. E chi ha già visto e comprato la pellicola la paragona a uno dei capolavori di Sergio Leone “C’era una volta in America”.

Educazione siberiana di Gabriele Salvatores uscirà al cinema il 28 febbraio ma è stato già venduto in tutti i principali paesi europei e “contiamo sarà venduto in tutto il mondo entro fine maggio”, afferma la produzione durante la presentazione alla stampa. Come già è successo con gli ultimi film di Tornatore (Baaria e La migliore offerta) il cinema italiano si sta impegnando per produrre a un altro livello, investendo capitali decisamente più cospicui del solito in film che abbiano un vero respiro internazionale, con l’idea di venderli ovunque grazie a interpreti stranieri noti in tutto il mondo. Non si tratta di un caso ma di una volontà chiara e precisa di diversi produttori: uscire dall’Italia e ampliare il pubblico potenziale per evitare di soccombere alla crisi delle sale.

Per farlo Cattleya e Rai Cinema hanno scelto il romanzo di Nicolai Lilin, il quale è stato ben lieto che a trasporlo ci abbia pensato Salvatores: “L’unico tra i molti registi con cui ho parlato che mi ha dato l’idea di aver davvero capito il senso delle storie contenute nel mio libro” aveva detto qualche mese fa lo scrittore, ospite al Courmayeur Noir Festival. Di contro il nostro premio Oscar ha realizzato un film che non ha nulla del cinema italiano come siamo soliti intenderlo, a partire dagli attori, tutti stranieri (tra i quali John Malkovich ed Eleanor Tomlinson) e dal budget (10 milioni di euro), per finire con le dimensioni del set e delle scene: “Per la prima volta nella mia vita in un lungometraggio da me diretto ha lavorato gente che io non ho mai visto per tutto il tempo della lavorazione”, ha riassunto Salvatores.

Il risultato è un film che prende alcune storie del libro da cui si ispira e le allarga per renderle la trama portante di una grande epica, innestandole con molte immagini o personaggi che nel libro sarebbero altrove. Un gruppo di amici nato e cresciuto nel clan dei siberiani, secondo la rigida educazione al codice della gang locale (roba di tatuaggi che raccontano la tua storia, coltelli regalati a 13 anni e violenza all’ordine del giorno in un villaggio in cui l’esercito ha paura a entrare, il tutto regolato da una rigida morale), i quali si trovano divisi dal cambio epocale tra regime sovietico e nuova Russia. “In un mondo che non ha più riferimenti e non gli propone più un futuro, loro dovranno cercarselo” ha spiegato Stefano Rulli, sceneggiatore di metà dei film italiani contemporanei che con il socio Petraglia ha adattato il libro; “alcuni di loro lo troveranno nelle radici, nella cultura siberiana da cui provengono e negli insegnamenti che hanno ricevuto, altri nella nuova Russia delle mafie e della corsa ad arricchirsi”.

Se qualcosa doveva essere scelto per fare breccia nel cuore del cinema mondiale non puntando più sui caratteri nazionali (le commedie all’italiana, le storie “cartolina”, i mandolini, i comici buffi…) questo appare come il libro giusto, sincero e onesto oltre ogni limite, basta vedere i tatuaggi impossibili da nascondere sulle mani e sul collo dello scrittore, che realmente gira con un coltello a scatto in tasca, e non per difesa ma solo perché “lo porto con me come molti di voi portano un crocefisso”. Eppure, nonostante tutte le intenzioni di staccarsi dalla scuola italiana di cinema, qualcosa è rimasto. Interrogati su quali siano state le reazioni dei compratori stranieri dopo la visione del film i produttori hanno spiegato che uno dei paragoni più frequenti era con Sergio Leone e C’era una volta in America: “In molti l’hanno chiamato Once upon a time in Siberia”.

A cura di Gabriele Niola

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