Non si nasconde dietro un dito Gabriele Salvatores: “Puntavamo al concorso, e ci sarei andato volentieri”. Viceversa, Educazione siberiana, dal 28 febbraio nelle nostre sale, non è stato preso dal Festival di Berlino, a differenza de La migliore offerta di Tornatore, seppur finito nella sezione minore Berlinale Special. Non sono note a margine, bensì il cuore del problema: budget di 9 milioni di euro, location in Lituania, lingua inglese e un attore del calibro di John Malkovich (il nonno criminale Kuzja), l’adattamento del controverso best-seller di Nicolai Linin nasce e cresce con tutti i crismi dell’internazionalità. Almeno sulla carta, ma se un festival come Berlino non l’ha preso? Marco Chimenz, produttore con Cattleya, fa spallucce: “Andare in competizione non è essenziale, l’importante è il mercato, e tra Berlino e Cannes lo venderemo dappertutto. E, ahimè, ricordiamoci di Cesare deve morire: nemmeno l’Orso d’Oro ha avuto impatto in Italia e nel mondo”. Da parte sua, Salvatores (si) loda “un progetto inusuale per l’Italia, il film tra i miei che preferisco” e allarga il campo: “Proviamo a pensare l’Europa in modo culturale, non solo allo spread”.

Vedremo che ne penserà il pubblico di questa Educazione, che tra gli onesti criminali siberiani si riscopre sentimentale, con l’amicizia tra i giovani Kolima (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius) spaccata dalla caduta del Muro di Berlino (solo una coincidenza?): “In Italia – osserva Salvatores – oggi muoiono soprattutto donne e giovani: significa cancellare il futuro, io sarei per la pena di morte per chi uccide i bambini”. Se non scorrerà il sangue al box office, avrà ragione Riccardo Tozzi (Cattleya): “Oggi non si salva nessuno, l’unica eccezione è per i film italiani in inglese con attori stranieri: This Must Be the Place, Venuto al mondo, La migliore offerta”.

Altrimenti, bisognerà cambiare la battuta clou di Educazione siberiana: da “Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare” a “Un uomo non può vedere più di quello che il suo portafoglio può spendere”.

Il Fatto Quotidiano, 23 Febbraio 2013