Nello zaino parmigiano e nutella, nel cuore e nella testa voglia di sfida e solitudine, nei piedi tutti i chilometri già percorsi attraversando 14 volte i deserti più estremi della terra. Lui è Giuliano Pugolotti, 50enne parmigiano, pubblicitario di professione e maratoneta per passione. In otto anni si è cimentato con le corse in alcuni dei luoghi più inospitali della terra, dal Gobi al Sahara, dall’Atacama alle Svalbard e ha imparato come si prepara uno zaino perfetto.

Dove è stata la tua prima volta? 
La prima volta faccia a faccia col deserto è stato nel 2005 in Tunisia. Ero un maratoneta da più di dieci anni, eppure le distese di sabbia bianca e gialla, il caldo, il sole mi stavano sconfiggendo, sembravo un ufo atterrato lì per sbaglio.  In questi luoghi vivi costantemente al limite,  fisico e mentale, e il deserto è il mostro che prova a smontarti in tutti i modi, si incastra nelle tue debolezze, è una lotta a due.

Cosa contiene il tuo zaino?
Nella corsa in autosufficienza ti devi portare tutto. All’inizio pensi che questo “tutto” sia tantissima roba, ma poi ti scontri con il peso. Oggi nello zaino ho solo il cibo: un chilo di parmigiano reggiano, nutella, pasta al pomodoro liofilizzata, purè, pastiglie di sale da cucina. L’acqua te la danno ai check point. Poi porto con me una giacca a vento, un piccolo sacco a pelo (che in realtà è un telo di sopravvivenza metallico) e la macchina fotografica.

Qual è l’entry level ideale per un maratoneta che vuole iniziare a sfidare il deserto?
In Italia c’è una organizzazione modenese che organizza la partecipazione alla maratona “100km del Sahara”. Quest’anno è prevista dal 3 al 9 marzo e si svolge in Tunisia, la porta del deserto, un luogo mediamente facile in cui il tratto di vero deserto attraversato equivale a 16-17 chilometri e la corsa è divisa in 4 tappe che la rendono abbordabile anche ai neofiti. Inoltre l’organizzazione ti dà da mangiare (quindi lo zaino è più leggero), dormi in tenda e hai a disposizione dei medici e delle persone che controllano il tracciato (quindi perdersi è impossibile).

E a un turista che voglia conoscere il deserto pur senza attraversarlo di corsa quale consiglieresti?
Sicuramente il Wadi Rum in Giordania. Un labirinto di montagne e di natura lavorato dal vento con canyon rossi e archi gialli che si alternano alla sabbia. 
È bello da un punto di vista paesaggistico e geologico, ma è anche relativamente sicuro (sempre ricordando che stiamo parlando di un deserto dove a ottobre di giorno ci sono 38-40 gradi e di sera si scende sotto zero). I beduini sono cordiali e gentili e gestiscono degli accampamenti tendati che ti permettono di vivere come gli abitanti del deserto. Certo sono spartani ma hanno letti e docce. Poi da lì puoi scegliere come muoverti per esplorarlo; ci sono le 4×4, i dromedari e i cavalli, ma per me per conoscere il deserto lo devi attraversare a piedi e sentire la sabbia nelle tue scarpe. Inoltre la Giordania è un paese per il momento tranquillo, ma si trova in mezzo ad un vespaio tremendo quindi si deve sempre stare attenti.

E quale invece sconsiglieresti?
Il Gobi è il deserto più tremendo che una persona può attraversare, è adatto solo ad avventure extreme. Nel Taklamakan (la sua propaggine occidentale) ci sono venti fortissimi che scendono dal Karakorum, ti ritrovi a camminare e correre sulle pietre e poi stare a 4mila metri non è uno scherzo. E poi sconsiglierei la Libia e l’Algeria per la sicurezza perché le rotte dei deserti sono sul crocevia del traffico di esseri umani, li ti vedono come un pacco di soldi.

di Lara Gusatto

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