Cari ragazzi, domenica e lunedì voterò per voi, non per me. Tante, troppe volte vi ho insegnato che don Lorenzo Milani scriveva “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti assieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”.

Non vi nascondo che stavolta ero tentato di restare a casa ma poi, in questi giorni vi ho osservati in classe. Ho pensato a quando mi raccontate ciò che volete fare da grandi, a chi di voi mi dice: “Maestro, io so già che da questo Paese me ne dovrò andare perché qui c’è la crisi”. Ho pensato alla fatica che facciamo ad avere una lavagna multimediale in ogni classe, a quei ragazzi meno fortunati di voi che non hanno diritto ad un insegnante di sostegno per tutto il tempo che restano a scuola.

Ho visto i volti di coloro tra i vostri genitori che sono disoccupati, costretti a bussare alla porta dell’assistente sociale perché non arrivano alla fine del mese. Mi sono rivisto con gli altri precari sui gradini dell’Ufficio scolastico di Cremona a fare lo sciopero della fame per denunciare lo schiavismo del precariato.

E’ vero non ci meritiamo quest’Italia. Io insieme alla mia generazione abbiamo fatto il possibile per cambiarla, ve lo assicuro. Abbiamo per anni lavorato nel volontariato, abbiamo cercato negli anni di Tangentopoli di raccogliere quell’entusiasmo, quella voglia di cambiamento entrando a far parte dei movimenti antimafia. Molti della mia generazione hanno militato nei partiti, hanno fatto banchetti, hanno creduto che potesse tornare una politica preoccupata solo dell’interesse del cittadino. Ma abbiamo fallito.

Alla mia generazione è stato impedito di diventare la classe dirigente del Paese. Ci hanno detto che siamo schizzinosi perchè vogliamo un posto fisso. Ci hanno definito bamboccioni. Quegli uomini che incontravo alle riunioni di partito, ai congressi, dove proclamavano rivolgendosi alla mia generazione “Siete voi il futuro” ora sono ancora tutti candidati. Sono cresciuto guardando al tg del primo canale Pier Ferdinando Casini, Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Silvio Berlusconi, Umberto Bossi. Sono ancora lì.  

Ma domenica e lunedì voterò per la vostra generazione non per me.

Le uniche armi che approvo sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto“. Ogni volta che si avvicinano i giorni della fine della campagna elettorale dovremmo rileggere queste parole di don Lorenzo Milani. Non abbiamo alternative: scegliere da che parte stare, essere partigiani anche nei momenti più drammatici. Il non voto dev’essere rispettato ma allo stesso tempo è l’immagine di un Paese che ha perso.

I cittadini che domenica e lunedì non si recheranno alle urne o annulleranno la scheda, esprimono il disagio che si respira. Sono la voce di chi ha urlato a lungo ma non è stato ascoltato e ora si arrende. Alza bandiera bianca. Votare, stavolta, non è facile. Direi quasi impossibile. Ma va detto con schiettezza: del non voto, ai leader dei partiti, non interessa nulla. Il giorno dopo faranno a gara a dire che ognuno di loro ha vinto: chi ha ottenuto comunque un buon risultato partendo dal nulla, chi ha mantenuto la sua percentuale, chi ha rivoluzionato l’Italia, chi ha riportato l’Italia alla stabilità. Nessuno parlerà dei voti nulli, degli astenuti. Saranno materia, per 24 ore, degli opinionisti, martedì saranno già dimenticati.

Una mia collega maestra, laureata, precaria, mi ha detto: “Voto il cavaliere”. Le ho chiesto di spiegarmi il perché: “Perchè penso sia l’unico in grado di guidare l’Italia”. Ho insistito: “Perchè pensi sia l’unico a poter fare il premier?”. Non ha saputo darmi risposta.

Votare è un diritto ma è anche un dovere. Dietro quella crocetta c’è il nostro dovere di sapere a chi stiamo affidando il futuro degli ospedali, delle scuole, dei nostri musei e dei nostri parchi. E a chi l’abbiamo dato fino ad oggi. Non dobbiamo dimenticare che in realtà votiamo ogni giorno, quando dimentichiamo di educare i nostri ragazzi ad amare la Politica, quando andiamo al supermercato, quando non protestiamo con il nostro sindaco, quando non scendiamo in piazza per i nostri diritti, quando ci rassegniamo a fare bene il nostro lavoro senza interrogarci sul bene collettivo. La vera sfida è tornare ad interessare il nostro vicino di casa, il nostro collega di lavoro, la suocera all’amministrazione del nostro Paese togliendoli dalla poltrona davantia alla tv.

Si fatica ad essere ottimisti, purtroppo ma non c’è democrazia senza un popolo preparato.