La vicenda di Oscar Giannino è piccola cosa rispetto alle enormità che si sentono e che si sono sentite negli ultimi anni tra le quattro mura domestiche di questo scandaloso Paese. È una piccola (ma seppur piccola, deprimente) cosa con un finale tuttavia dignitoso, perché quando si ammettono pubblicamente le proprie responsabilità e si fa un passo indietro – questo va detto – la dignità, almeno quella, è messa in salvo.

In questa piccola storia c’è però l’impronta di un archetipo italiano che ben segnala il tratto distintivo di questa epoca di regresso culturale. Si chiama peccato di vanità. “Sei tu, il mio vero io, che elogio in vece mia” diceva Shakespeare in un sonetto. È del tutto evidente che la vanità sia propria dei leader di tutte le epoche e di tutte le latitudini, un attributo che ha assunto toni spiccati in particolare in certe figure storiche di dittatori e che spesso si è accompagnata alla menzogna. Vanità e menzogna vanno di pari passo, almeno quanto menzogna e politica. Ha già scritto Hannah Arendt che “la menzogna deliberata e la totale bugia usati come mezzi per realizzare fini politici sono stati con noi fin dagli inizi della storia tramandata. La verità non è mai stata inserita fra le virtù politiche e le menzogne sono state sempre considerate come mezzi giustificabili dell’azione politica”. Ma il compiacimento di sé che tracima nella bugia spudorata sono invece caratteri tipici del nostro tempo. E nel parlare di “tempo” intendo un tempo “politico”.

Assuefatti a nefandezze di ogni genere, oggi gli italiani attribuiscono alla parola ‘menzogna’ un valore molto più leggero che in passato. In un paese come gli Stati Uniti in cui la democrazia ha un peso specifico diverso che da noi, un presidente come Bill Clinton rischiò una procedura di impeachment non per aver avuto l’arcifamosa relazione extraconiugale con Monica Lewinsky, bensì per averla negata, e quindi per avere, in una parola, mentito. Ciò che gli americani non potevano sopportare non era tanto la presunta offesa alla morale. Lo scandalo stava nella bugia che il presidente aveva rifilato alla nazione. Il peccato insanabile, quello che lo estrometteva dall’opportunità di continuare a fare politica, era la falsità delle sue affermazioni.

Se confrontiamo il caso Clinton-Lewinsky con l’alluvione di spudoratezze di cui abbiamo avuto esempi qui in Italia – basti per tutte l’approvazione da parte della Camera dei Deputati di una tesi che sosteneva che l’allora premier Berlusconi, credendo che Ruby fosse effettivamente la nipote di Mubarak, agì nell’esercizio delle sue funzioni e quindi non era processabile se non dal tribunale dei ministri – si ha la misura di cosa significhi da noi la parola ‘menzogna’ e di quanto essa possa incidere sul comportamento dei politici italiani. Il falso, la contraffazione, che per un uomo che esercita la politica e che ambisce ad amministrare il bene comune dovrebbe essere il più ignobile dei peccati, è diventato un vizio minore, una piccola trasgressione senza importanza, uno scandaletto di cui dopo due giorni non resta traccia.

Ecco allora perché ha una certa importanza il fatto che Oscar Giannino, colto in fallo su una questione di vanità, abbia lasciato la guida del suo partito a quattro giorni dalle elezioni. È importante perché in una sequenza di micro e macro scandali che incidono poco e niente sull’opinione pubblica italiana, questa assunzione di responsabilità da parte di un uomo ‘vanitoso’ restituisce in politica peso e senso al peccato della menzogna.