10 aprile 2006. Quello strano lunedì sera mi addormentai tardi. I miei genitori e mio fratello, al suo primo voto, erano inchiodati davanti alla Tv in attesa dell’esito definitivo delle elezioni.

Avevo quattordici anni e non sapevo nulla di politica. Non sapevo chi fosse Pisanu e perché si dovesse dividere tra Palazzo Grazioli e il Viminale e non sapevo neppure perché i miei si preoccupassero tanto del ritardo con il quale il Ministero comunicava i dati alla stampa.
 
A quattordici anni non potevo sapere che il numero di schede bianche di quella consultazione si potesse ridurre a un terzo delle stesse alle elezioni politiche precedenti e neppure che la riduzione di quelle schede, curiosamente concentrata in quei dati in ritardo, potesse accompagnarsi proporzionalmente all’aumento dei voti per il centrodestra.
 
Spiace citare Andreotti, ma a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina. E se è pur vero che la Giunta per le elezioni, concludendo i lavori di riconteggio delle schede, arrivò a dichiarare che “le differenze rilevate rispetto ai dati ufficiali delle elezioni politiche sono risultate fisiologiche”, è più che lecito porsi qualche dubbio sulla buonafede di chi, beneficiario dell’anomalo recupero, gridò all’opposto ai brogli elettorali a suo danno.

Tanto più perché il soggetto in questione, Silvio Berlusconi, grazie all’esiguità della vittoria del centrosinistra e al successivo ripensamento di qualche senatore sensibile alle lusinghe, si ritrovò di lì a soli due anni ancora a Palazzo Chigi, con una maggioranza senza precedenti per la seconda repubblica.

Ma, mentre sulla singolarità di quella notte, Deaglio e Cremagnani si sentirono di girare un documentario (Uccidete la Democrazia), meritandosi l’apertura di un’indagine a loro carico per “diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, ai sensi dell’articolo 656 del Codice Penale”, i dirigenti dell’Unione trascurarono colpevolmente di indagare oltre sul modo con il quale si era materializzato il prodigioso recupero del centrodestra, quasi come se la cosa non li riguardasse affatto. Per la cronaca, nelle successive politiche del 2008 i dati furono diffusi senza ritardo, le schede bianche tornarono a livelli superiori e il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, non si premurò di far la spola tra Viminale e Palazzo Grazioli.
 
Ma questa è un’altra storia. Vigiliamo perché non si ripeta: non potremmo perdonarcelo.