Vasco Errani doveva astenersi da qualunque intervento riguardasse la pratica di suo fratello Giovanni, e non lo fece. Anzi istigò due dirigenti a coprire le irregolarità commesse da suo fratello pur di preservare la propria immagine pubblica. Il ricorso in appello presentato nei giorni scorsi dalla procura di Bologna contro l’assoluzione del presidente della regione Emilia Romagna e di due dirigenti regionali per il caso Terremerse, mette in luce tutti i ragionamenti che portano i magistrati bolognesi a perseverare sulla linea della colpevolezza nei confronti del governatore. 

Il lungo ricorso in appello firmato dalla pm Antonella Scandellari e controfirmato dal suo capo Roberto Alfonso riporta quella che sostanzialmente era stata la linea della accusa a novembre, nel corso del processo con rito abbreviato in cui Vasco Errani fu assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di falsità ideologica. Alla radice di tutti i guai per il presidente la dichiarazione falsa con cui nel 2006 Giovanni Errani sostenne che i lavori per la sua cooperativa Terremerse erano terminati in una certa data. Il tutto pur di ottenere un finanziamento di un milione di euro da parte della Regione: per questa accusa il prossimo 8 marzo il fratello del governatore si presenterà in udienza preliminare in uno stralcio dello stesso procedimento.

Il mese scorso il giudice per le udienze preliminari Bruno Giangiacomo nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione del 9 novembre scorso aveva spiegato che il legame familiare tra Vasco e Giovanni Errani era “uno spunto di indagine” su cui i pm avevano fatto bene a lavorare, ma alla fine questo spunto ”è rimasto tale”, senza elementi  a favore dell’accusa. 

Secondo l’appello dei magistrati della procura, quella relazione scritta nell’ottobre 2009 dai due dirigenti regionali Filomena Terzini e Valtiero Mazzotti (anche loro assolti a novembre perché il fatto non costituisce reato), relazione che Vasco Errani fece recapitare alla procura di Bologna per difendersi dalle accuse di un consigliere regionale dell’opposizione, voleva coprire ”la falsità attestata da Giovanni Errani il 31 maggio 2006 circa il termine dei lavori”. Tutto per preservare l’immagine politica del governatore.

Quindi non ci fu frettolosità da parte dei dirigenti regionali nello scrivere quelle pagine, frettolosità che secondo il gup Bruno  Giangiacomo assolverebbe i responsabili. No, volontariamente i due dirigenti su istigazione di Errani, secondo la pm Antonella Scandellari, ”nel preciso intento di corrispondere al mandato del presidente, che aveva omesso di astenersi in presenza di un suo diretto coinvolgimento” prepararono la relazione. Per la pm dunque, l’accordo tra Errani e i dirigenti aveva il fine di “elaborare una relazione che non evidenziasse le irregolarità”.