Ha chiesto pubbliche scuse da Silvio Berlusconi, Angela Bruno. Ha detto: è da una vita che lavoro, non permetto a nessuno di mettermi i piedi in testa. Ha detto: io sono una donna comune, lui è un uomo di potere, io devo rispondere soltanto di me, lui invece è un esempio. Se del suo potere si approfitta per offendere una donna, che cosa insegna agli altri uomini?

Ha chiesto pubbliche scuse anche ai titolari dell’azienda per cui lavora, che le hanno messo in bocca parole mai pronunciate: io non mi sono sentita “onorata”, come hanno scritto nel comunicato, io mi sono vergognata. E si è vergognata mia figlia, assediata a scuola dai giornalisti, a 13 anni. Ha chiesto pubbliche scuse – ricevendone ieri da B. di false e beffarde: “Signora tante scuse, ma lei era divertitissima…” – non soltanto per sé, ma per tutte le donne che, da vent’anni, si sentono ridotte a tette e orgasmi, trastullo del maschietto padrone o “culone inchiavabili”.

Ha chiesto pubbliche scuse a tutti quelli che, presenti all’evento, hanno ridacchiato e le hanno fatto firmare autografi perché, improvvisamente , era diventata una “vip”: non una brava impiegata, ma la titolare di un paio di chiappe su cui l’occhio del potente si è posato, gratificandola del suo celeste gradimento.

Ha avuto, Angela Bruno, intervistata da Formigli, una reazione severa e dignitosa. Ci siamo sentite tutte un po’ meglio, dopo averla ascoltata. Ma è stata una reazione a scoppio ritardato. Lì per lì, perfino questa giovane donna combattiva ha abbozzato. L’avrebbe fatto chiunque. Nessuno può mettere a repentaglio il suo posto di lavoro, mentre la disoccupazione cresce in modo esponenziale, le aziende chiudono e la spada della “riduzione dell’organico” è sospesa sulla testa della maggioranza degli italiani. La crisi, per noi che la viviamo, giorno per giorno, è innanzitutto un fattore di indebolimento personale, che ci rende vulnerabili, perfino vili. Siamo costretti a equilibrismi di tutti i tipi per non essere disarcionati, per restare aggrappati al poco che non ci è stato tolto.

Difendere la propria dignità è diventato un rischio, un lusso, un privilegio. Ci pensano, quelli che si candidano a governare l’Italia, all’ansia che cova sotto il silenzio di chi ascolta le loro promesse impossibili (Berlusconi), le loro grida spettacolari (Grillo), le loro perorazioni fredde (Monti)? Si mettono mai dal punto di vista di chi ha poco da perdere e niente si illude ormai di guadagnare? Una testa un voto, d’accordo, ma bisogna pur provare a capire che cosa passa per quella testa. Qui, oggi.

Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2013